Da oltre vent’anni, la casa rifugio “Mondo Rosa” di Catanzaro rappresenta un porto sicuro per le donne vittime di violenza. Recentemente, la struttura ha compiuto un ulteriore passo avanti, potenziando i propri percorsi di sostegno psicologico e autonomia attraverso l’introduzione del progetto LYA (Lettura – Yoga – Armonia).
L’obiettivo delle operatrici non è solo quello di offrire protezione immediata, ma di accompagnare ogni donna in un delicato viaggio di ricostruzione personale. Il percorso mira a elaborare il trauma, sradicare il senso di colpa e far riemergere quelle risorse interiori, che anni di abusi hanno inevitabilmente offuscato, trasformando la sopravvivenza in vera e propria vita.
Il progetto LYA integra la narrazione come strumento di rispecchiamento: attraverso la lettura condivisa, le donne trovano nelle storie degli altri le parole per dire il proprio dolore, spesso rimasto muto per anni. Leggere insieme diventa un atto di resistenza culturale e psicologica. La pratica permette di uscire dall’isolamento, di stimolare l’immaginazione e di visualizzare nuovi scenari di libertà che prima sembravano impossibili.
Per quanto riguarda l’aspetto psicologico, la psicologia moderna riconosce nello yoga uno strumento terapeutico d’eccellenza per l’elaborazione del trauma. Attraverso tecniche di respirazione — pranayama — e l’ascolto profondo, le donne imparano a “riabitare” il proprio corpo, sciogliendo quei blocchi fisici ed emotivi cristallizzati dalla paura. Il corpo diventa luogo di guarigione. Sotto una minaccia costante, infatti, il Sistema Nervoso Autonomo attiva una risposta perenne di “attacco o fuga” (da parte del Sistema Simpatico), ponendo la donna in uno stato di iper-attivazione. Questo stress cronico si manifesta a livello fisico con sintomi quali tensioni muscolari persistenti (mal di schiena, dolori pelvici e addominali), alterazioni del respiro, che diventa corto, alto e frammentato e con possibili stati di dissociazione, una sorta di anestesia emotiva e fisica che porta a perdere il contatto con le proprie sensazioni.
Attraverso la pratica dello yoga, l’attenzione si sposta finalmente dall’esterno — dall’allarme perenne — all’interno. La donna smette di ‘subire’ il proprio corpo e torna a esserne la protagonista: inizia a sentirlo, passando dallo stato di “oggetto” violato a quello di “Soggetto che vive”.
In questo percorso, le Asana (le posizioni) dello Yoga non sono meri esercizi da “eseguire” correttamente, ma esperienze da “sentire”. Non esiste forzatura né giudizio: ogni movimento è un invito a esplorare la propria “finestra di tolleranza”, imparando a capire fin dove il corpo può spingersi senza sentirsi nuovamente in pericolo.
Si impara, forse per la prima volta, che si ha il diritto di dire di no a una posizione che non fa sentire a proprio agio, riappropriandosi così del potere di scelta e del consenso verso se stesse.
Il progetto LYA possiamo dire, quindi, che ci ricorda come la guarigione non passa solo attraverso le parole, ma anche attraversa la pelle, i muscoli e il respiro. Insegnare a una donna a riabitare il proprio corpo significa restituirle la prima e più importante delle case: se stessa. E questo è fondamentale perché dopo il buio della violenza, la vera vittoria non è solo essere fisicamente al sicuro, ma tornare a sentirsi vive, presenti e in armonia con il proprio essere. Un respiro alla volta, il corpo smette di essere un nemico da silenziare e torna a essere lo spazio sacro della propria libertà.
L’obiettivo delle operatrici non è solo quello di offrire protezione immediata, ma di accompagnare ogni donna in un delicato viaggio di ricostruzione personale. Il percorso mira a elaborare il trauma, sradicare il senso di colpa e far riemergere quelle risorse interiori, che anni di abusi hanno inevitabilmente offuscato, trasformando la sopravvivenza in vera e propria vita.
Il progetto LYA integra la narrazione come strumento di rispecchiamento: attraverso la lettura condivisa, le donne trovano nelle storie degli altri le parole per dire il proprio dolore, spesso rimasto muto per anni. Leggere insieme diventa un atto di resistenza culturale e psicologica. La pratica permette di uscire dall’isolamento, di stimolare l’immaginazione e di visualizzare nuovi scenari di libertà che prima sembravano impossibili.
Per quanto riguarda l’aspetto psicologico, la psicologia moderna riconosce nello yoga uno strumento terapeutico d’eccellenza per l’elaborazione del trauma. Attraverso tecniche di respirazione — pranayama — e l’ascolto profondo, le donne imparano a “riabitare” il proprio corpo, sciogliendo quei blocchi fisici ed emotivi cristallizzati dalla paura. Il corpo diventa luogo di guarigione. Sotto una minaccia costante, infatti, il Sistema Nervoso Autonomo attiva una risposta perenne di “attacco o fuga” (da parte del Sistema Simpatico), ponendo la donna in uno stato di iper-attivazione. Questo stress cronico si manifesta a livello fisico con sintomi quali tensioni muscolari persistenti (mal di schiena, dolori pelvici e addominali), alterazioni del respiro, che diventa corto, alto e frammentato e con possibili stati di dissociazione, una sorta di anestesia emotiva e fisica che porta a perdere il contatto con le proprie sensazioni.
Attraverso la pratica dello yoga, l’attenzione si sposta finalmente dall’esterno — dall’allarme perenne — all’interno. La donna smette di ‘subire’ il proprio corpo e torna a esserne la protagonista: inizia a sentirlo, passando dallo stato di “oggetto” violato a quello di “Soggetto che vive”.
In questo percorso, le Asana (le posizioni) dello Yoga non sono meri esercizi da “eseguire” correttamente, ma esperienze da “sentire”. Non esiste forzatura né giudizio: ogni movimento è un invito a esplorare la propria “finestra di tolleranza”, imparando a capire fin dove il corpo può spingersi senza sentirsi nuovamente in pericolo.
Si impara, forse per la prima volta, che si ha il diritto di dire di no a una posizione che non fa sentire a proprio agio, riappropriandosi così del potere di scelta e del consenso verso se stesse.
Il progetto LYA possiamo dire, quindi, che ci ricorda come la guarigione non passa solo attraverso le parole, ma anche attraversa la pelle, i muscoli e il respiro. Insegnare a una donna a riabitare il proprio corpo significa restituirle la prima e più importante delle case: se stessa. E questo è fondamentale perché dopo il buio della violenza, la vera vittoria non è solo essere fisicamente al sicuro, ma tornare a sentirsi vive, presenti e in armonia con il proprio essere. Un respiro alla volta, il corpo smette di essere un nemico da silenziare e torna a essere lo spazio sacro della propria libertà.