“Nel corpo del mondo” di Eve Ensler è la storia di un corpo malato, martoriato, spezzato e ricomposto che si intreccia inevitabilmente con il vissuto della persona che lo abita. È la resilienza sia contro il cancro, che contro i propri traumi; è un un memoir veramente lucido che parla della lotta contro il sé e della connessione tra noi e il mondo.
All’età di 57 anni all’attivista Eve Ensler viene diagnosticato un cancro all’utero in stadio avanzato. Costretta a doversi occupare del proprio stato di salute, Ensler non solo deve affrontare una serie di cure, spesso invasive e dolorose, ma è costretta a fronteggiare i traumi della sua vita che, fino a quel momento, aveva deciso di allontanare per dedicarsi all’attivismo.
L’autrice si è avvicinata così tanto all’esperienza della morte da aver dovuto necessariamente lasciare andare tutto ciò che le era superfluo per arrivare a connettersi con la propria interiorità. Ogni chemio, di fatto del veleno che prende consapevolmente contro sé stessa, diventa un atto di pulizia e di cura.
Ensler, nella sua straordinaria potenza ed empatia, anche nei momenti più bui non riesce a non collegare le proprie sofferenze alle disgrazie del mondo: “Allo Sloan-Kettering me la mostrano sullo schermo della TAC: una gigantesca pozza di nero al centro di me – lo stesso della fuoriuscita di petrolio nel Golfo, il Golfo del Messico ora è inquinato e in qualche modo si trova dentro di me”.
Ogni passo verso la guarigione rappresenta una nuova consapevolezza, una nuova riconciliazione e la ripresa del controllo del proprio corpo, che spesso diamo per scontato, ma che, inevitabilmente, non ci apparterrà per sempre. Nel suo percorso, difatti, il suo corpo cambia: emblematico è il racconto della rasatura dei suoi capelli, da sempre parte della sua identità. La perdita dei capelli non ha rappresentato solamente un cambiamento, ma anche una totale mancanza di protezione: l’autrice si sente esposta, totalmente fragile, “tutta un viso”.
Insomma, “Nel corpo del mondo” di Eve Ensler è un testo necessario per ricordarci che siamo di passaggio, che non possiamo avere la pretesa di dominio di qualsiasi cosa e che, in fondo, ogni sofferenza porta a qualcosa di più grande.