La medaglia presidenziale della libertà è la massima onorificenza che il Presidente degli Stati Uniti può consegnare ad un civile. Nel 2019 Donald Trump decise di assegnarla ad Edwin Meese, dichiarandolo eroico difensore dei valori Costituzione Americana. Fu procuratore generale durante il governo di Reagan ed istitutì una Commissione, organo consultivo federale, che aveva come obiettivo di determinare l’impatto della pornografia sulla società. Nel luglio 1986, Meese indisse una conferenza stampa per annunciare la pubblicazione del rapporto conclusivo della Commissione.
Chissà se tra quei valori difesi considerarono anche la sua crociata contro la pornografia degli anni 80. .
Cosa anticipò il Rapporto Meese?
Ci interessa fare un riferimento alla sentenza Miller v. California del 1973, rispetto alla regolamentazione della pornografia negli Stati Uniti. Questo riferimento contiene un elemento che avrà effetti poi sulla stessa Commissione nel determinare l’impatto della pornografia.
Il caso di Marvin Miller arrivò alla Corte Suprema: si chiarì che definire un’opera “oscena” significava che non poteva essere protetta dal Primo Emendamento. I criteri principali identificati per definirla tale furono: il riferimento agli standard della comunità locale, una rappresentazione palesemente offensiva di condotte sessuali, l’essere priva di valori letterario, artistico, politico o scientifico.
La Corte Suprema determinò con questa sentenza la non presenza di uno standard morale uguale per tutti gli Stati Uniti. La produzione dell’industria per adulti si spostò verso San Fernando Valley, in California, denominata in seguito Porn Valley.
Il Miller Test creò dei problemi alla Commissione Meese proprio perché si basava sugli standard locali e non poteva perciò evitare la produzione pornografica a livello nazionale.
Strutturazione della Commissione
Il rapporto sosteneva che la pornografia fosse, di fatto, dannosa. Citava circa 4.500 titoli specifici ritenuti pornografici e raccomandava un’offensiva legale contro l’industria per adulti. Due membri della Commissione emisero un’opinione dissenziente rispetto al rapporto. Ritenevano che la Commissione avesse condotto lo studio frettolosamente e che le prove e le testimonianze sbilanciate verso gli esempi più violenti e degradanti di pornografia.
Il Rapporto (1986), di quasi 2.000 pagine, suddiviso in sei sezioni principali, contiene un anno di studi e raccolte di testimonianze.
- Parte I: contenente le biografie e nelle dichiarazioni dei membri della Commissione.
- Parte II: include un’introduzione agli scopi della Commissione, una storia della pornografia, il ruolo del Primo Emendamento, il Mercato e l’Industria, la questione del Danno, le Leggi e la loro applicazione, la Pornografia minorile e il ruolo dell’azione privata.
- Parte III: approfondisce l’applicazione della legge, la pornografia infantile, la vittimizzazione, i diritti civili, e le leggi contro il disturbo della quiete pubblica e l’esposizione di materiale pornografico (anti-display laws).
- Parte IV: prosegue con i temi della vittimizzazione e del Primo Emendamento, concentrandosi poi sugli interpreti, le scienze comportamentali, il crimine organizzato, una storia della regolamentazione, l’azione comunitaria, la produzione e distribuzione di pornografia, l’immaginario e le testimonianze dei testimoni.
- Parte V: delinea una bibliografia, materiale di lettura aggiuntivo e un elenco del personale.
- Parte VI: una raccolta di fotografie.
Al fine di mostrare la scabrosità e pericolosità del materiale, la Commissione finì per pubblicare un volume che conteneva immagini sessualmente esplicite, diventando paradossalmente uno dei pezzi di “pornografia” finanziati dallo Stato più dettagliati mai prodotti.

Linda Boreman
Una delle figure chiave tra le testimonianze fu quella di Linda Boreman, conosciuta con lo pseudonimo di Linda Lovelace. Divenuta famosa con il film Deep Throat (1972, consacrato come il primo vero film porno), per lungo tempo fu il simbolo di un’era di liberazione sessuale, soprattutto femminile. Lei e Chuck Traynor erano la coppia per eccellenza, che sfidava i tabù a favore dell’emancipazione.
Ma a seguito della pubblicazione della sua autobiografia Ordeal, (1981) l’opinione subisce un’inversione di marcia: racconta il retroscena del suo film più famoso e della sua relazione con Traynor ed è ciò che in seguito porterà davanti alla Commissione: la testimonianza di un’esperienza di abusi, violenze e costrizioni da parte dell’ex marito Chuck Traynor, che la obbligava a girare le scene attraverso minacce.
La figura della Boreman servì per confermare la teoria secondo la quale l’industria pornografica fosse distruttiva. Questo alimentò un panico morale che già si stava diffondendo, soprattutto per due fattori: la diffusione del VHS (la pornografia non è più delimitata in luoghi specifici, ma entra nelle case) e l’epidemia di AIDS (sviluppò la paura collettiva vs una sessualità libera).
Il fatto che la Boreman descrisse come ogni scena fu girata sotto coercizione escludeva qualsiasi consenso e ne fece di lei da simbolo di emancipazione a sopravvissuta.
Di contro testimoniarono anche altri nomi legati all’industria come Veronica Vera e Seka, che invece sfidarono la vittimizzazione riportando la loro esperienza come forma di liberazione ed esplorazione della sessualità.
Conseguenze
Le conseguenze di questa Commissione arrivarono: fu istituita la National Obscenity Enforcement Unit (Unità Nazionale per l’Applicazione delle Leggi sull’Oscenità) e introdotta la possibilità di applicare alla pornografia lo statuto RICO. Concepito inizialmente per contrastare la mafia permise di contrastare i produttori della pornografia come esponenti della criminalità organizzata. Poiché la pornografia “danneggiava la società”, doveva essere colpita con le stesse leggi usate per la criminalità organizzata.
La conseguenza della RICO fu lo spostamento in zone più “permissive”. La RICO aveva il potere di sequestrare tutti i beni legati all’attività e questo spinse i produttori a spostarsi in luoghi meno propensi a condannare le loro attività: per un po’ la concentrazione fu a Los Angeles. Oggi questo sistema di fuga si verifica con il trasferimento delle case di produzioni in Paesi con basse tasse, ma il digitale ha comunque diminuito gli spostamenti.
Le principali critiche rivolte al Rapporto consistevano nell’accusa di un orientamento alla censura e di essersi concentrato solamente su studi che confermassero la tesi che vedeva un legame tra violenza e pornografia. A seguito questo portò l’industria del porno a coalizzarsi fondando la Free Speech Coalition (FSC) e richiamandosi al Primo Emendamento. Una sorta di associazione di categoria che protegge la libertà d’espressione dell’industria pornografica e gestisce i controlli sanitari di attori ed attrici.
La FSC sarà comunque sempre più vicina ai produttori che alle attrici.
Il femminismo radicale antipornografia
Dworkin e MacKinnon raccolsero la testimonianza di Boreman come essenziale a sostegno la loro tesi sulla pornografia come violazione dei diritti civili, una vera e propria pratica di discriminazione. La pornografia istituzionalizerebbe la violenza, oltre che raffigurarla.
La figura di Linda servì per confermare la loro teoria. Storie di abuso come quelle della Boreman misero in luce aspetti dell’industria pornografica. All’interno della Commissione la testimonianza di Linda Boreman fu tra le più influenti: fu il racconto di una vittima dell’industria pornografica e dell’oppressione maschile. La Boreman non si definì come ex attrice ma come sopravvissuta e che lo stesso film che la aveva resa un’icona, Gola Profonda, in realtà fu da lei vissuto come uno stupro. Raccontò le sue esperienze di coercizione fisica e psicologica che la costrinsero ad atti sessuali. La sua testimonianza chiedeva una cosa: la pornografia non va considerata come intrattenimento. Gola Profonda divenne un simbolo politico, che portava avanti la lotta delle femministe radicali contro ogni forma di pornografia.
Numerose pornostar, fra cui Gloria Leonard, Annie Sprinkle e Marlene Willoughby presero le distanze da chi le descriveva come donne in ostaggio dello sguardo machista. Le femministe radicali pretendevano di definire prostituzione e pornografia come una tratta delle donne, un problema sistemico che non è possibile combattere dall’interno e da cui si possono solo prendere violentemente le distanze.
Oggi resta aperto questo dibattito, seppur si sia spostato sul digitale e, in ogni caso, c’è ancora una forte lotta allo sfruttamento sessuale legato al mercato capitalista della pornografia [vedi i due articoli in cui ne parlo, Pornocrazia].
Eppure, non si accetta però che ci siano donne che lo facciano per scelta, ma si stabilisce che siano sempre e comunque sfruttate e non consapevoli. Se da un lato possiamo essere in grado di evidenziare come i maggiori contenuti dell’industria pornografica siano non tanto erotismo ma oppressione maschile e sappiamo che dietro c’è un mercato il cui obiettivo è il guadagno, non dobbiamo però dimenticarci delle persone.
Ci serve descrivere la complessità di questi fenomeni e la necessità di portarne alla luce le diverse esperienze. La testimonianza della Boreman è stata un punto di svolta per fare luce su un qualcosa di patinato, ma ha stravolto anche la normativa.
Richiamiamo la necessità di un’educazione sessuo-affettiva che riporti anche come muoversi all’interno della pornografia.