Alina e le aspettative che ci imprigionano

È passato qualche mese (quasi tre) da quando Netflix ha messo online la prima stagione di “Tenebre e Ossa”.
Piccolo excursus per chi non lo avesse ancora visto: è una serie tv tratta dalla trilogia della scrittrice fantasy statunitense Leigh Bardugo, ambientata in un mondo immaginario che ricorda neanche troppo vagamente l’impero russo. Un regno diviso da un’enorme faglia (il Nonmare, secondo una traduzione più accurata) di oscurità abitata da creature fameliche e pericolosissime, i Volcra.
La faglia è stata causata dall’incantesimo dall’Eretico nero, un grisha dotato di enorme potere. Il mondo di Ravka è diviso anche a livello sociale tra chi riesce a dominare i 4 elementi, ossia i Grisha, e il resto del popolo che invece non ha nessun tipo di potere. Questo chiaramente molto a grandi linee, perché non voglio pregiudicare la visione della serie tv.

Non l’ho vista subito perché pensavo di leggere prima i libri, ma poi la curiosità ha avuto la meglio.
La protagonista (e voce narrante dei romanzi) è Alina Starkov, cresciuta in orfanotrofio e legatissima al suo amico Mal: entrambi fanno parte dell’esercito di Ravka, lei come cartografa e lui come cercatore. Arrivano nei pressi della faglia perché fanno parte di una squadra che la deve attraversare per riportare poi viveri dall’altra parte.
La traversata del Nonmare però svelerà un lato inaspettato di Alina, che attirerà l’attenzione del generale nero dei Grisha, Kirigan: è infatti convinto che la ragazza sia la famosa Evocaluce della profezia, colei che potrà distruggere la faglia e riunire il regno di Ravka. Peccato che Alina non solo sia del tutto inconsapevole di questo suo enorme potenziale, ma non sappia nemmeno usarlo.
Continua a ripetersi che è solo un’orfana di Ravka, che non può essere una Grisha, tantomeno con un simile potere, e desidera solamente tornare da Mal, tornare alla sua vecchia vita.

Ci sono due episodi emblematici nella storia di Alina a mio avviso: uno però viene reso alla perfezione nel romanzo, mentre l’altro ha un fortissimo impatto nella serie tv. Nel romanzo, quando Alina racconta del giorno dell’esaminazione (i Grisha ogni anno andavano all’orfanotrofio per verificare se era arrivato qualche orfano appartenente alla loro casta) ammette che dentro di lei aveva sentito salire qualcosa, aveva sentito il suo potere premere per manifestarsi oltre la superficie. Ma lei lo aveva controllato per Mal. O meglio, per quello che credeva volesse Mal, per non separarsi da lui.
Rinnegando quel potere ha rinnegato la sua forza, ha chiuso in un cassetto la parte più importante di se stessa e di conseguenza è diventata fragile, debole, l’ombra di se stessa. Era convinta che lei dovesse pensare a Mal, dovesse rimanere con lui. E per questo ha rinunciato a se stessa, consapevolmente.
Come ha spinto il suo potere di nuovo giù, in qualche angolo buio della sua anima?
Attraverso il dolore fisico. Nella serie tv si vede che preme contro il taglio che si è fatta sulla mano. Lo stesso taglio che quando crede di essere stata abbandonata da Mal chiede a Genya di cancellare.
Tuttavia il suo potere non risponde ancora, se non con il tocco del generale, in grado di amplificare i poteri dei Grisha. Ma non è nulla rispetto a quello che potrebbe fare da sola. Le lezioni con Baghra, che ha il compito di aiutarla a incanalare il suo potere, sono inutili fino a quando la donna non la costringe ad affrontare se stessa. Ed è lì, in quel preciso momento, mentre Alina è sulla porta pronta ad andarsene per leccarsi le ferite nelle sue ricche stanze, che avviene la svolta.
Quando realizza che è sola. Appoggia la fronte allo stipite della porta e lascia cadere dentro di lei quella nuova consapevolezza, come un sasso che affonda nell’acqua. Tutti i suoi sforzi, tutta la sua fatica per tenere a bada quel potere che la spaventava e che l’avrebbe resa diversa alla fine l’hanno portata comunque a rimanere sola.
Il suo potere è tutto ciò che le è rimasto e quindi finalmente si libera, rompe la gabbia di insicurezze e paura in cui era stato imprigionato ed esplode.

Non saremo delle Evocaluce.

Ma quante volte ci annulliamo per paura di rimanere sole, o perché siamo convinte che esprimere liberamente ciò che siamo sia sbagliato e non ci porterà da nessuna parte… o per altre mille ragioni?

Io sono una persona “disabile”, come mi definisce la società.
Una disabilità che non salta all’occhio e che quindi per la maggior parte delle persone che ho incontrato nella mia vita non esiste, è solo una scusa.
Al liceo era la scusa per non fare educazione fisica.
Una volta entrata nel mondo del lavoro era una scusa per evitare i lavori più pesanti (leggi più “umili”) come la commessa o la cameriera o la donna delle pulizie.
Per una recruiter e anche per un’ex collega addirittura erano una scusa per pretendere il contratto a tempo indeterminato.
Ed io cosa ho fatto? Mi sono identificata in un limite che vedevano gli altri. Ignorando il mio potere personale: come Alina ho chiuso la mia luce in un angolo e ho cercato di adattarmi ad un mondo che comunque mi ha lasciata da sola.

Fino a quando la mia Baghra è apparsa all’orizzonte e mi ha costretta a fare i conti con me stessa, ma soprattutto a liberarmi dalla convinzione che il mio limite fisico fosse una prigione in cui ero stata rinchiusa senza avere fatto nulla. Mi sono liberata e sebbene la mia disabilità non sia scomparsa, non sono più prigioniera dell’ottusità del mondo. Ho trovato la mia luce.

Non possiamo vivere sulla base delle aspettative di qualcun altro. A meno che quel qualcuno non sia la stessa persona che ci guarda dallo specchio la mattina.

Michela Papagno

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