No alla parità di genere nel linguaggio istituzionale

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Ha fatto scalpore la notizia della bocciatura del linguaggio inclusivo negli atti ufficiali e istituzionali da parte del Senato lo scorso 28 luglio. Sicuramente un passo indietro nella definizione dell’identità di genere, ma vediamo da vicino cosa è successo e perché l’inclusività è importante nel linguaggio istituzionale.

Cosa prevede la modifica al regolamento

La proposta è stata avanzata dalla senatrice Alessandra Maiorino (Movimento 5 Stelle) e prevedeva che vi fosse una modifica del linguaggio istituzionale negli atti ufficiali. Si richiedeva quindi di adottare formule che prevedessero ambedue i generi, per il rispetto della parità tra uomo e donna. In poche parole, una formula come “i senatori decretano che…” sarebbe diventata “i senatori e le senatrici decretano che…”. In questo modo si sarebbe evitato l’uso del maschile sovraesteso, ovvero quella pratica, normalmente accettata in nome dell’economia linguistica, che prevede l’uso del maschile generico nel rivolgersi a gruppi in cui sono presenti persone di entrambi i sessi.

La modifica non è passata, per cui negli atti ufficiali si continuerà a usare il maschile sovraesteso. In un Paese come l’Italia in cui le discriminazioni di genere sono ancora molte, il cambiamento linguistico a partire dalle istituzioni avrebbe potuto davvero fare la differenza.

Perché è importante che il linguaggio istituzionale diventi inclusivo?

No, la richiesta di adottare formule più inclusive nelle comunicazioni non è una richiesta astrusa o inutile. Il linguaggio è il veicolo dei nostri pensieri ed è più importante di quanto crediamo. Facciamo un esempio pratico: se un vostro amico si chiama Luca, voi lo chiamereste Luigi solo perché “tanto iniziano entrambi con la stessa sillaba”? Io credo di no. Con i nomi di professione è lo stesso, solo che sembrano esserci professioni di serie A e di serie B.

Facciamo altri esempi pratici. Vi verrebbe mai in mente di chiamare una donna che lavora in ospedale come OSS “infermiere”? Oppure un’assistente alla vendita “commesso”? E la vostra insegnante delle elementari, avete mai attirato la sua attenzione urlando “MAESTRO”? Bene, se le risposte sono tutte negative, per quale motivo dovremmo fare una differenza con una donna che ci difende davanti a una corte dicendo “avvocato”? O ad una che si occupa di un progetto edilizio urbano definendola “architetto”? Se avete dubbi di natura linguistica, ne abbiamo parlato qui.

Cosa succede nella nostra lingua e nella società?

Il discorso appena fatto si collega alla campagna istituzionale. La senatrice Maiorino aveva esplicitamente detto che le senatrici che avessero voluto firmarsi come senatore avrebbero potuto continuare a farlo. Nonostante questa affermazione potrebbe apparire come sostenitrice della causa, in realtà mina il suo stesso terreno. Quando una donna vuole essere definita con il maschile della propria professione lo fa a causa del maschilismo interiorizzato.

Innanzitutto, come abbiamo visto, le professioni di cui si fa più fatica ad accettare il corrispettivo femminile sono quelle che per più tempo sono state appannaggio esclusivo degli uomini. Per questa ragione, vi è una sorta di nube intorno a queste professioni e di conseguenza è ancora difficile accettare che una donna possa ricoprire quel ruolo con dignità. Complici una serie di pregiudizi, quindi, molte donne preferiscono usare la versione maschile della loro professione per una sorta di difesa anticipata, come se volessero validare (o giustificare) il loro ruolo con l’uso del maschile. Una specie di pacca sulla spalla al maschilista di turno, come a dire “stai tranquillo, io ho questo ruolo ma lo chiamo ancora con il nome al maschile, è ancora tutto tuo!”

Naturalmente le donne che preferiscono il maschile non lo fanno con intento canzonatorio, né spesso sono consapevoli del maschilismo interiorizzato. Poiché dare i nomi giusti alle cose è il primo modo per riconoscerle, l’ideale sarebbe mettere sullo stesso piano ambedue i generi dei sostantivi di professione, nella quotidianità come nelle comunicazioni ufficiali del Ministero. Forse, se la proposta fosse passata, nell’arco di pochi decenni sarebbe sembrato innaturale definire “avvocato” una donna, e non il contrario. Pur rispettando le decisioni di ognuna/o, è bene essere consapevoli del retroterra culturale e delle conseguenze (spesso invisibili) che questo ha nella nostra vita e nel nostro linguaggio.

Fonti: “Il Senato ha bocciato la parità di genere nel linguaggio istituzionale” di Il post

Gloria Fiorentini

Gloria Fiorentini

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