La violenza non è questione di tempo

Si è conclusa, anche quest’anno, la giornata del 25 novembre, che, anche quest’anno, ha presentato le solite, scontate e reiterate frasi di circostanza, con cui brand, politicə, maschilistə sotto mentite spoglie urlano a mondo che ‘le donne non si toccano nemmeno con un fiore’. Intanto, sfruttano il lavoro delle donne e macinano stereotipi di bellezza, intelligenza e quant’altro, invocano l’abolizione della legge 194 pensando che il diritto all’aborto possa essere visto come opinione e si riempiono la bocca di espressioni come la p-word, smanettando sulla scollatura di ragazze che non gliela danno.

Ma combattere la violenza di genere non è questione di un giorno, non è questione di una settimana, non è questione di tempo.

La violenza non è questione di tempo: quanto spesso, per svalutare la denuncia di una vittima di violenza, la si accusa di aver aspettato troppo? Lo si è visto con il movimento MeToo, lo si è visto con la ragazza vittima di violenza da parte di Ciro Grillo, lo si vede tutti i giorni. Troppo spesso, persone che hanno deciso di denunciare eventi risalenti ad anni prima hanno subito una doppia violenza, etichettandole come esagerate, in cerca di attenzioni o mitomani. Credere, per , che la violenza e le sue conseguenze abbiano una scadenza è sminuire chi la violenza la subisce.

Noi, con le nostre opinioni su quanto sia più o meno ‘accettabile’ una denuncia in base ai mesi che sono segnati sul calendario, non comprendiamo quanto sia difficile prendere coscienza di questi episodi. Possono volerci due secondi, così come dieci anni e non saranno i giorni passati a togliere gradualmente di importanza a questo processo.

La violenza non è questione di tempo. La violenza pu distillarsi in tanti eventi, continui, costanti, che anche se sommati insieme si fa fatica a riconoscerli come tali. Potrebbero mancare le parole, potrebbero mancare le classificazioni per affermare con sicurezza che quello che si è subito è una violenza, potrebbero mancare le chiavi di lettura necessarie a comprendere quello che sta accadendo. A volte, anche dopo anni, ci sarà un elemento estraneo, una frase letta, una conoscenza acquisita che faranno aprire gli occhi su ci che è successo.

Altre volte, anche se la violenza viene riconosciuta sin da subito come tale, non è detto che le vittime si sentano protette e sicure nel denunciare. In un sistema dove chi subisce revenge porn viene derisa o allontanata dalla comunità, dove le vittime di violenza sessuale non vengono credute e il loro carnefice viene definito come un giovane pieno di speranze tragicamente colpito da un raptus, è normale – anche se non dovrebbe esserlo – che le vittime non si sentano in una safe zone. E potrebbero volerci anni prima che la situazione cambi, senza per questo criticare chi ci ha messo più o meno tempo.

La violenza non è una questione di tempo: il 25 novembre non è finito.

Elena Morrone

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