Sfatare il mito di Circe: la rivendicazione dello spazio e della natura

Presentata da Omero come la dea tremenda dai capelli ribelli e la voce umana, la maga Circe compare per la prima volta nel libro X dell’Odissea, nel celeberrimo episodio dell’arrivo di Ulisse a Eea nel viaggio di ritorno verso Itaca dopo la guerra di Troia.

La fama di Circe è rigorosamente legata a questo episodio: i compagni di viaggio di Ulisse vengono da lei ospitati, gli vengono offerti ospitalità e ristoro, per poi essere trasformati in animali grazie alle potenti pozioni preparate dalla maga. È così che Circe si guadagna per sempre la reputazione della donna che attira gli uomini grazie alla sua devastante bellezza e che si approfitta della loro ingenuità, rendendoli suoi schiavi.

La riduzione del personaggio di Circe alle apparentemente immotivate azioni di sfregio nei confronti degli uomini che incrociano, sfortunati, il suo cammino funziona in una narrativa che tende volutamente a semplificare una delle figure femminili più complesse e moralmente accattivanti della mitologia greca, per relegarla a uno stereotipo che ignora la sua storia e trascura la sua identità. Nella tradizione Circe rappresenta l’archetipo della seduttrice che si gratifica nelle sofferenze inflitte agli uomini, e in questo è vicina alle figure della strega, della sirena e della più moderna ‘femme fatale’. Scardinare la narrazione dominante, guardando oltre gli stereotipi, è nostro compito.

Terra inospitale

promontorio del Circeo in Lazio. Esistono diverse versioni, e nessuna definitiva, su come Circe sia finita ad abitare sull’isola: secondo alcune interpretazioni vi è stata esiliata, secondo altre vi è andata a vivere per contro proprio di spontanea volontà. In ogni caso, ella vi soggiorna in isolamento.

La riappropriazione dello spazio (dello spazio di Eea in particolare) è una delle caratteristiche più singolari e spesso ignorata del mito. Circe vive, infatti, circondata soltanto da alcune ninfe e da bestie selvatiche, che fungono da allegorie per il suo spirito intrinsecamente selvaggio, in intima connessione con la natura dell’isola. Si tratta di una terra inospitale che Circe rende sua dimora: la natura incolta diventa sua amica e alleata della sua magia.

Nelle rivisitazioni del mito Circe rivendica con fermezza lo spazio di Eea come proprio, e di conseguenza la propria natura indomita. Lo ribadisce Margaret Atwood, nella sezione “Circe/Mud Poems” di You are Happy (1974), in cui Circe si immedesima in un’isola deserta:

Come away with me, he said, we will live on a desert island. I said, I am a desert island. It was not what he had in mind.

Poi, Madeline Miller in Circe (2018), romanzo che racconta la vita di Circe e fornisce una sua versione molto più umana delle precedenti:

Non posso sopportare questo mondo un solo momento di più, pensai.
“Allora, bambina, creane un altro.”

Nella tradizione l’identificazione di Circe con la natura impervia che la circonda è spesso resa metafora di una sua sensualità primitiva, che diventa un’altra delle particolarità che caratterizzano il modo in cui il suo personaggio viene tramandato. Ma Circe è molto di più di una sensualità inventata dagli uomini e per gli uomini per consolidare uno stereotipo.

Le doti magiche di Circe sono strettamente legate alla natura: i suoi filtri (pharmaka) nascono grazie alla sua impeccabile conoscenza delle erbe e delle piante di Eea, che lavora e combina insieme con un’innata abilità. Come una baccante, lei rappresenta la natura primordiale: quella esteriore, in cui vive perfettamente a proprio agio, in uno spazio rivendicato e fatto proprio dove non sono ammessi estranei, e quella interiore, che le fornisce forza e intuito.

Studiare questo suo aspetto nell’ottica sempiterna dell’indomita sensualità femminile è riduttivo: questa presunta sensualità selvaggia, infatti, non rende Circe un personaggio più libero (e la libertà è un fattore importante nel suo mito), ma la rende anzi soggetta a essere ulteriormente incasellata nel modello della femme fatale. La sua sensualità è valutata solo in corrispondenza degli effetti letali che ha sugli uomini, un totale assoggettamento in cui Circe trova il suo appagamento: non dice niente di lei. E infatti, eccetto le sue temute capacità di trasformare gli esseri umani in animali o in mostri dopo averli attirati grazie alla sua stregante bellezza, di Circe non si sa neanche come sia arrivata a Eea, come se la sua storia fosse messa a tacere.

L’umano e il divino

Nel mito la natura selvatica di Eea è quindi una metafora per la natura interiore di Circe. Questa tendenza allegorica vale anche per coloro che vengono da lei trasformati in animali: diverse interpretazioni affermano che gli uomini sottoposti alle mutazioni indotte da Circe vengono, in realtà, semplicemente spogliati della loro maschera umana. In questo senso, le pozioni non servirebbero per attuare una metamorfosi vera e propria, quanto più per mettere a nudo la vera natura che si cela dentro di loro. La poetessa Augusta Webster intitola un monologo drammatico a Circe in Portraits (1870), che recita:

Too cruel? Did I choose them 
what they are? or change
them from themselves by
poisonous charms? But any draught, pure water, natural wine, out of my cup, revealed them to themselves and to each other. Change? there was
no change; only disguise gone from them unawares

Se così fosse, Circe, come maga, non avrebbe solo la capacità di tramutare gli uomini in animali, ma di svelare il loro spirito interiore; di conseguenza, un fattore importante del mito sarebbe quello della natura inteso come natura umana, oltre alla natura concreta del paesaggio di Eea come metafora dell’animo di Circe. Circe non sarebbe più la strega che trasforma gli uomini in bestie per proprio godimento, ma colei capace di riconoscere e mettere a nudo la loro vera natura.

Trascurando discordanze sulla traduzione (c’è chi traduce il verso di presentazione di Circe come ‘dea dal canto melodioso’ o semplicemente dalla bella voce, senza riferimento a caratteristiche umane), Circe viene presentata da Omero come una dea dalla voce umana: a che scopo attribuirle questa caratteristica così particolare? Perché assimilare l’immagine di questa figura divina agli umani? Sembra quasi una contraddizione, pensando a quanto si sia in realtà sorvolato sulla potenziale umanizzazione del suo personaggio e solo recentemente sia iniziata una sua rivalutazione in questo senso. Riprendendo il monologo di Webster:

What fate is mine who, far apart from pains and fears and turmoils of the cross-grained world, dwell, like a lonely god, in a charmed isle  
where I am first and only […] Oh me, I am a woman, not a god

“Sono una donna, non un dio” dice la Circe di Webster, e parla di fato, paure e tormenti come un’umana, come una mortale, e si paragona a un essere divino solo se quell’essere è primo, unico e solo. Così come rivendica lo spazio, Circe rivendica la sua natura terrena e la sua connessione alla dimensione tangibile del mondo degli uomini, della terra e degli animali, più che a quella eterea e astratta degli dèi. Miller lo mostra nel suo romanzo, dove offre un ritratto di Circe che non si sente mai al suo posto fra gli astri e nelle enormi corti degli dèi, e che non sbeffeggia i mortali ma anzi ne è affascinata. Qui Circe fa pace con il suo lato più umano (dopo i primi anni passati a sopportare i commenti crudeli sulla sua voce “gracchiante”): la vediamo crescere come donna e come maga prendendo coscienza delle sue capacità, mentre cammina a piedi scalzi sulla spiaggia rocciosa e fra le sterpaglie di Eea, trasformando un mito antico in un moderno romanzo di formazione.

Ripensare il mito

Maliarda, incantatrice, seduttrice, tentatrice: le definizioni di Circe sono molteplici. In Transformations of Circe
(1994), Judith Yarnall afferma che la stessa Circe è passata attraverso più metamorfosi di quelle dei compagni di Ulisse – e di fatto, trovare un accordo su una versione definitiva del personaggio è praticamente impossibile, fra tutti i racconti, le rivisitazioni e le reinterpretazioni. Come Medea, come Medusa, come tante altre figure femminili mitologiche, è vittima di una narrazione che sopprime la sua identità. La sua più grande dote, la sua magia, viene tramandata come sintomo di corruzione morale, piuttosto che come dono.

Quasi mai viene confrontata o messa sullo stesso piano con Ulisse: egli, che diventerà suo amante e con cui avrà un figlio di nome Telegono, è infatti tutt’altro che moralmente ineccepibile, e non si fa scrupoli nel far uso di inganni e sotterfugi per raggiungere un determinato scopo. Eppure, la memoria che si ha di queste due figure accomunate dal mito è molto diversa. Ulisse è ricordato come marito e padre fedele, dall’incredibile ingegno e l’instancabile curiosità; Circe è la maga tentatrice e spietata che inganna gli uomini. Si potrebbe, invece, tralasciare il doppio standard e iniziare a vederli come eguali, nella facoltà di mettere a frutto le loro abilità.

Riconsiderare il mito di Circe alla luce delle reinterpretazioni e delle più moderne rivisitazioni sarebbe un buon modo per sottrarre la sua figura al pregiudizio che ne è stato tramandato. Riconoscere la sua fusione spirituale con l’ambiente, l’innata capacità di discernere la natura umana e apprezzare le sue doti magiche per quelle che sono, dissociandole dalla perversione a cui sono state da sempre accostate, sono solo alcuni dei modi per far sì che Circe possa venire rivalutata come personaggio e come donna, a discapito di una tradizione che la vuole eternamente inquadrata in uno stereotipo gratuito e limitante.

Daniela Carrelli

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