La confessione di Bellezze Ursini strega

Bellezze di Agnelo Ursini da Collevecchio è una donna di bassa estrazione sociale che ha vissuto in un piccolo villaggio della campagna laziale nel Cinquecento. Potrebbe sembrare una donna come tante altre, e il suo nome potrebbe essere uno dei tanti nomi dei poveri che la Storia ha dimenticato. Perché allora merita la nostra attenzione? Bellezze Ursini si inserisce nel filone delle donne che hanno scritto, per continuare la serie iniziata qui, e in particolare ha scritto di essere una strega.

La caccia alle streghe

Bellezze strega

Il documento che appartiene a questa donna è singolare: si tratta di una confessione di stregoneria scritta di suo pugno. Come è noto, diverse furono le donne accusate di stregoneria nel XVI secolo e mandate al rogo. I documenti al riguardo riportano sempre le confessioni orali di queste donne, scritte però da notai uomini. Invece Bellezze Ursini decide di scrivere da sola la sua confessione e di elencare tutto quello che ha fatto. La cosa più interessante di questo caso è la presenza del verbale scritto da un notaio, che si basa sulla confessione scritta dalla strega, ma la riscrive ripulendola dei tratti dialettali.

La scrittura di Bellezze è incerta, e riempie otto paginette con difficoltà, ma è straordinario pensare che una donna di basso rango sociale fosse in grado di scrivere. Questo sicuramente dimostra la forte personalità che si trova dietro una donna a cui non basta essere accusata di stregoneria, ma è fiera di essere una “strega” e lo confessa senza paura.

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Biografia di Bellezze

Bellezze nasce nella seconda metà del Quattrocento a Collevecchio, nella Sabina, e sposa giovanissima un certo Mariano. I due si spostano sulla riva occidentale del Tevere, ma il marito muore lasciandola vedova con i figli. Bellezze si trasferisce a Monterotondo per lavorare come domestica nel castello degli Orsini, signori del luogo. Stando alla sua confessione, è proprio qui che viene iniziata alla stregoneria da una donna di nome Lucia, rinchiusa nelle carceri del castello.

La sua fama di strega si diffonde nei paesi vicini, e i primi testimoni mettono in luce il carisma di Bellezze: una strega che suscita al contempo preoccupazione ma che gode di grande prestigio. Un testimone, Egidio di Filacciano, dichiara: “io cognosco Bellezze, e te la do per una delle magiore stree che se trovino al mondo. E in tal cosa io non crediva, ma perché me lo ha fatto provare so stato forzato a crederce. Me fece stare infermo in tempo in lecto, e quando stava male e pegio non trovai né medici né medicine me giovassero. […] E fui indirizzato a uno streone che mi dixe <t’è stato dato ad mangiare el beverone de picione da una donna che te vol male>”.

La difesa della strega

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Questa testimonianza e altre dimostrano che Bellezze è anche una guaritrice, una medichessa, e questo la mette in contrasto con l’autorità ecclesiastica. Bellezze, sperando che il suo ruolo di guaritrice potesse salvarla, scrive:

Io curo e medico ogni male, ogni firmità. So guarire doglie francese, ossa rotte, chi fosse adombrato da qualche ombra cattiva e multe alme infirmità. Non feci mai se non bene.

Ben presto però si accorge che l’autorità della chiesa, che tendeva a far coincidere la figura della medichessa con quella della strega, non potrebbe mai assolverla. Pensa così di difendersi in altro modo, confessando con sincerità i propri delitti e sperando di evitare il rogo. Sotto tortura confesserà anche misfatti che non ha compiuto, dall’omicidio alla libidine con i diavoli. Dopo una tortura con la corda scrive:

Volete da me se non la verità? Scioglieteme, metteteme giò, che ve voglio dire el vero. Io non voglio più martorio: ne ho hauto troppo e voglio dire ogni cosa.

Alla fine Bellezze confessa. Racconta tutto, da come ha imparato l’arte della stregoneria alle “cose zoze che non se ponno scrivere”. Nonostante questa apparente sottomissione, la donna è cosciente di essere fuori dalla norma, di essere superiore rispetto agli altri contadini analfabeti. Dichiara infatti:

Non poi intrare in questa arte se sì scrausa, senza stultezza e bona natura. Io saccio umbrare, streare, amalare, afaturare, atossecare e l’aio ‘nzegnato.

Infine, prima di suicidarsi con un chiodo per scampare al rogo, Bellezze lancia un’ultima preghiera al giudice, che suona però come un’intimidazione.

Vicariu meu, si me lassi viva non te ne penterrai. Io pregarrò per te e per la to mogliera, figliti e tutta la famiia, e cusì non ve verrà male da me, ma solo bone cose.

Testi e fonti: La confessione di Bellezze Ursini “strega” nella campagna romana del Cinquecento di Pietro Trifone.

Gloria Fiorentini

Gloria Fiorentini

2 risposte

  1. Sono rimasta affascinata da questa personalità , da questa donna del 500
    che sa leggere, scrivere e fare molte altre cose, perché non era ” scrausa”, anzi tutt’altro! Voglio anche ringraziare da Prof. Antonella Oderisio che ha scoperto il manoscritto e lo ha reso fruibile <a tutti noi.

    1. Grazie per aver letto l’articolo e grazie anche per la testimonianza filologica, determinante per tutti gli studi sui manoscritti antichi! Un documento del genere è sicuramente raro e unico

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