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Renée Vivien, la musa delle violette

“Gli uomini non li amo né li detesto. Rimprovero loro di aver fatto male alle donne . Sono avversari politici”

Un’anima inquieta

La Musa delle violette, così passò alla storia Renèe Vivien, poetessa di fine 1800, il cui nome è lo pseudonimo di Pauline Mary Tarn. Nasce a Londra l’11 giugno 1877 da padre inglese e madre americana, fin da giovanissima nutrì una grande passione per la poesia e la letteratura. Primogenita di una famiglia benestante, non sentì mai sua la città di Londra, ma ebbe l’opportunità di viaggiare molto e successivamente adottò il francese come sua lingua letteraria. Il padre morì che lei era ancora molto giovane e la madre cercò di toglierle l’eredità lasciatole dal padre dichiarandola mentalmente instabile. Fortunatamente i suoi tentativi non andarono a buon fine e la Vivien, nel 1898, raggiunta la maggiore età, si trasferì stabilmente a Parigi grazie all’eredità del padre.

Il trasferimento coincide con l’assunzione del nuovo nome: Renèe, che sta per rinascita e Vivien per la sensazione di sentirsi finalmente viva. Essere a Parigi per lei significa coronare un sogno.

Nella capitale francese fece amicizia con Violette Shillito, che divenne il suo primo amore. Le due ragazze condividevano l’attrazione per la solitudine e la nostalgia di epoche mia vissute. Ma la loro amicizia si basava anche su comuni passioni intellettuali e sul rifiuto della società borghese a cui appartenevano. Quella stessa società che pretende la purezza femminile mentre concede invece all’uomo ogni licenza. Una società che impediva alle donne di seguire le proprie inclinazioni.

La Vivien rifiuta con forza il sistema patriarcale, sdoganando l’amore saffico nelle sue poesie. Questo risveglio femminile si tradusse per lei nella fondazione di un salone letterario di sole donne, che andò a contrapporsi alla contemporanea Accademia, che escludeva le donne.

Oltre alla carissima amica Violette ci fu un’altra donna che la Vivien amò profondamente. Quando conobbe Natalie Clifford Barney, una poetessa americana apertamente lesbica, la Vivien rimase molto colpita.

Renèe a sinistra, Natalie a destra

Mentre Violette era stata solitudine e amore puro, Natalie rappresentò per lei la vita, l’ambizione, il gioco. Le due cominciano ad essere una coppia, ma la Clifford rifuggiva le relazioni monogame e la Vivien difficilmente si lasciava avvicinare. La loro relazione fu di alti e bassi ma molto intensa: la Barney riconosceva il talento della Vivien e insieme scrissero alcune opere e fondarono circoli intellettuali femminili.

Nonostante la poetessa britannica fosse molto colta, vivesse una vita lussuosa e sfrenata, non fu mai davvero felice. Tentò il suicidio e infine la morte la colse il 18 novembre 1909 a soli 32 anni. Le cause probabilmente furono anoressia nervosa e abuso d’alcol.

Una sensibilità decadente in un universo femminile

La poesia stessa della Vivien si trasformò nel tempo di pari passo cambiamenti che la sua vita subisce: con una migliore conoscenza di Saffo crea un universo poetico tutto al femminile, le cui caratteristiche principali sono:

1 – Rifiuto dell’eterosessualità

2- Donne finalmente protagoniste, che non vivono per essere amate dall’uomo, ma hanno una loro indipendenza, viene celebrato l’amore lesbico

3 – Non più donne angelo da santificare, ma donne chimera

La Vivien teneva ben stretta la sua anima e a pochi concesse di conoscerla. Il suo amore per Baudelaire e la sua appartenenza alle correnti del Parnassianesimo e del Simbolismo la spinsero al culto della morte per mezzo di alcol, droghe e sesso. Questa celebrazione si riflesse nelle sue poesie, che mettono in evidenza la sua predilezione per le sofferenze in amore, per la violenza e la crudeltà. Ne è un esempio la poesia Desiderio:

È stanca, dopo tanta estenuante lussuria.
Il profumo emanava dalle sue membra ammaccate
È pieno del ricordo di lividi lenti.
La dissolutezza spalancò i suoi occhi blu scuro.

E la febbre delle notti sognate avidamente
Rende i suoi capelli biondo chiaro ancora più pallidi.
I suoi atteggiamenti hanno un languore rabbioso.
Ma ecco l’Amante con le lunghe unghie crudeli

Improvvisamente la tira indietro, la abbraccia e la bacia,
Con un ardore così selvaggio e così dolce allo stesso tempo,
Il bel corpo spezzato si offra chiedendo misericordia,
In un gemito d’amore, desiderio e paura.

E il singhiozzo che sale con la monotonia,
Alla fine esasperato dal troppo piacere,
Ulula come si ulula nei momenti di agonia,
Senza speranza di addolcire l’immensa sordità.

Poi il silenzio straziante, e l’orrore che porta,
L’improvviso soffocamento della voce lamentosa,
E sul collo, come uno stelo morto,
Il sinistro segno verde sulle dita impallidisce.

Il declino incomincia presto per la poetessa che stava dedicando la sua vita all’autodistruzione. Come dirà Natalie in seguito, la sua vita è stata un lungo suicidio. La morte dell’amata Violette e la tormentata rottura con Natalie (che rifiutava un rapporto monogamo) portarono la Vivien in un turbinio di alcol e droghe sempre peggiore. A questo si uniscono disturbi alimentari e depressione che la portarono a tentare il suicidio. La mattina in cui Natalie si presentò alla sua porta in visita, non avendo mai davvero rinunciato all’amata Vivien, il maggiordomo le disse “Mademoiselle vient de mourir” (La signorina è morta or ora).

Nelle sue poesie Vivien mette al centro dei suoi versi la donna. Non è quella decantata dall’universo maschile ma una donna che vive liberamente la propria sessualità.

Dal 1901, con la morte di Violette e la fine della relazione con la Barney, il tema della morte prese il sopravvento nei versi della Vivien. La donna quasi dantesca, di cui fino a quel momento aveva parlato, divenne crudele, una donna che infliggeva sofferenze e dolore. Famoso il suo tentativo di suicidio effettuato ingerendo un’elevata dose di laudano e stringendo tra le mani, mentre riposava, un mazzo di violette, il fiore che tanto amava perchè ricordava l’amata Violette. Sopravvisse ma, a causa di un fisico ormai debilitato e della pleurite, morì successivamente.

Ecco, in estasi è la mia anima

Poich’ella, placata s’addormenta

Avendo, per amore della morte

Perdonato questo crimine: la vita

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Erica Nunziata

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