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Quando l’arte diventa consapevolezza: Francesca Menghini, Unbounded

“Piccola storia della fotografia” di Walter Benjamin mi ha insegnato che il dipinto diventa la testimonianza della capacità dell’autore, mentre la fotografia è la traccia del soggetto ripreso. Ho rivisto questo concetto nel lavoro di Francesca Menghini, artista italiana attualmente residente nei Paesi Bassi che utilizza il mezzo fotografico per dare spazio e voce ai protagonisti dello scatto, spesso rappresentanti di una minoranza o di un’istanza sociale.

Il progetto che ho trovato più affascinante s’intitola Unbounded, in italiano “illimitat*”, serie che ritrae persone non binarie per affrontare il tema della fluidità di genere. Non è il primo lavoro in cui Menghini coinvolge la comunità LGBTQIA+: in I am Maximilian, ad esempio, l’artista ha fatto conoscere la storia di Maximilian che, attraverso il lavoro di Menghini, ha condiviso il suo vissuto in quanto uomo gay in occasione della giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia del 2022 per una mostra organizzata da ArciGay Viterbo. I ritratti che l’artista realizza sono spesso accompagnati dal vissuto della persona fotografata, dando voce a storie che spesso non vengono ascoltate. Crea, dunque, uno spazio sicuro nel quale poter comprendere, senza giudizio, il vissuto di tante realtà che ci circondano, ma che, per un motivo o per l’altro, l’attuale società ha deciso di ignorare.

Sara, Amsterdam, NL (she/they)

Riguardo a Unbounded, ho avuto l’opportunità di intervistare Menghini per comprendere a fondo questa sua serie.

• Come mai, tra le tante tematiche toccate dalla comunità LGBTQIA+, hai scelto di trattare proprio la fluidità di genere?

Verso la fine del 2019, quando ho iniziato a lavorare su Unbounded, già vivevo nei Paesi Bassi. Attraverso Instagram, ho conosciuto e incontrato Vlinder, che sarebbe poi diventata la prima persona coinvolta nel progetto. Durante la nostra conversazione, ho realizzato quanto poco sapessi sulla fluidità di genere e quanto la mia realtà di crescita fosse poco inclusiva su questo tema. Da quel giorno ho coltivato l’idea di creare un progetto fotografico specificatamente per affrontare questa tematica, e poco dopo ho iniziato a realizzarlo, partendo proprio dal ritratto di Vlinder. La società spesso si basa su una visione binaria del genere, e le persone che non rientrano nei canoni imposti dalla stessa possono affrontare discriminazioni e pregiudizi. Ecco perché la visibilità è fondamentale. Unbounded vuole essere come un ponte tra chi guarda e chi è ritratto, un invito a esplorare la fluidità di genere attraverso una narrazione sia scritta che visiva.


• Riguardo al titolo della tua serie fotografica Unbounded si legge: “In memory of Kai, who idenfified as unbounded, I called the project this way” (in memoria di Kai, che identificava se stess* come illimitat*, ho chiamato questo progetto così). Puoi approfondire maggiormente la scelta di questo titolo e come il termine “illimitat*” possa rappresentare tutte queste storie?

Il titolo “Unbounded” racchiude un significato profondo. È un omaggio a Kai, che si identificava con questo termine e che ha preso parte al progetto nel 2021. Nel ricordare Kai e la conversazione che abbiamo avuto, ho scelto questo titolo intenzionalmente. La traduzione migliore in italiano che mi viene in mente è “illimitat*” o “sconfinat*”. Queste parole esprimono l’essenza di libertà, ampiezza e possibilità senza limiti, rappresentando quindi la liberazione dai vincoli sociali, dalle definizioni rigide e dai confini imposti. Ogni ritratto e ogni storia all’interno della serie fotografica diventa una testimonianza di questo concetto, sfidando le limitazioni e celebrando l’autenticità.

Kai, Amsterdam, NL (they/them)

• Ho trovato molto interessante ed efficace la scelta di dare non solo uno spazio fotografico, ma anche uno spazio verbale ai soggetti ritratti. Com’è il rapporto che instauri con le persone protagoniste del tuo lavoro?

Stabilire un rapporto con le persone che fotografo è fondamentale per me. Solitamente dedico più tempo alla conversazione e alla conoscenza dell’altro rispetto al tempo effettivamente impiegato per scattare il ritratto. Con alcune persone capita che il rapporto costruito continui anche dopo la loro contribuzione al progetto, e, quando capita, lo trovo un grande arricchimento personale. Le loro storie mi ispirano e insegnano costantemente, e spero che il mio lavoro onori sempre la loro umanità e la loro fiducia nei miei confronti.


• Riguardo, invece, il riscontro del pubblico, qual è la reazione che la gente ha davanti a questa serie? Hai mai notato per caso un’apertura o un cambiamento nel modo di rapportarsi alla fluidità di genere nelle persone?

Nonostante io non faccia parte della comunità LGBTQIA+, sto lavorando a questo progetto anche perché credo fermamente che l’uguaglianza possa essere raggiunta solo quando l’intera società si impegna attivamente a favore e protegge i diritti di ogni individuo.
In questo senso, con Unbounded, sto notando un atteggiamento di apertura. Persone al di fuori della comunità pongono domande, si aprono a discussioni con me e successivamente anche con altri, e coloro che in passato non comprendevano l’importanza di utilizzare certi pronomi ora dimostrano attenzione e li adottano. Questo cambiamento nel modo di rapportarsi alla fluidità di genere mi dà speranza e mi auguro che tali aperture possano diffondersi esponenzialmente, influenzando sempre più persone e creando un rispetto reciproco sempre più ampio.

Insomma, l’arte di Francesca Menghini è un gesto di solidarietà e di scoperta, un’azione attiva e socialmente rilevante. Al di sopra di tutto c’è la volontà di sfruttare il proprio privilegio per dare uno spazio e una voce alle singole persone, gesto all’apparenza semplice, ma tanto potente. Per conoscere e supportare i suoi progetti, visita il suo sito e la sua pagina Instagram: sarà sicuramente un momento arricchente.

Picture of Ilaria Rusconi

Ilaria Rusconi

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