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Spine

Quando ho conosciuto A. era primavera e le rose del cortile della scuola avevano iniziato a fiorire. Sono sempre rimaste boccioli, poi qualcuno li strappava via e rimanevano dei bastoni verdi pieni di piccole spine. Stavo davanti alla finestra, durante la ricreazione, e le ammiravo. Speravo crescessero prima poi, o che qualcuno piantasse al loro posto dei giacinti o delle margherite. Invece no, ogni anno le aiuole rimanevano piene di steli spogli. Tranne quella primavera. Io e le altre ci eravamo fatte tante foto accanto a quei petali rossi, sembravano insanguinati.

Nonostante il filtro che usavamo- non volevamo far vedere i brufoli sul mento e i piccoli peli sopra il labbro- i fiori rimanevano dello stesso colore. Forse volevano imporre la loro presenza, finalmente conquistata. Riguardavo la foto e dicevo a M. di inviarmela tramite Bluetooth, la salvavo in galleria e ritagliavo solo i fiori, poi la usavo come sfondo del cellulare. Non mi piaceva mai come venivo in foto.

Le altre erano più belle, più sorridenti, più attraenti, più affascinanti, avevano i capelli più lisci e si truccavano meglio di me. Io ci provavo, mettevo la matita nera come contorno sotto gli occhi, ma si sbavava sempre e tornavo a casa con le occhiaie. Mi chiedevo sempre come ci si truccasse davvero, e se il vero problema fosse la mia pelle o se mi strofinassi gli occhi senza rendermene conto. Poi un giorno Emma mi ha detto di spruzzare la lacca per capelli, sua cugina le aveva detto che faceva fissare il trucco, e io ci avevo provato. Avevo sentito l’occhio destro bruciare e avevo pensato di diventare cieca, solo perché volevo sembrare più bella. Poi la nebbia era andata via, il bruciore era scomparso e avevo ricominciato a vedere il mondo. La mia immagine allo specchio però non mi piaceva e, tra l’altro, avevo pure il trucco sbavato.

Quella primavera ho conosciuto A.

Mi aveva colpito la sua gentilezza e il modo educato in cui parlava con gli altri. Muoveva le mani, ma senza avvicinarsi troppo allo spazio dell’interlocutore, sembrava non volesse fare troppo rumore. Sorrideva, non schiamazzava, e mai si guardava intorno. Lo guardavo da lontano, senza farlo capire alle altre. Non volevo che parlando andasse via per sempre quello che sentivo. Tieni tutto dentro, altrimenti si dissolve e non esiste più, così scrivevo sulle pagine del mio diario, sul retro dei quaderni, sui post it che usava mia madre per segnare i numeri di telefono. Poi un giorno, avevo deciso di parlarne con Emma.

Mio fratello gioca nella squadra di calcio con lui, gli parlerò di te, farò qualcosa, farò qualcosa.

Così diceva e ne era proprio convinta. Io mi ero arrabbiata e le avevo detto che se l’avesse fatto non le avrei parlato più. Fidati di me, mi urlava mentre mi afferrava il braccio e io scappavo da lei.  I giorni dopo a scuola mi nascondevo dietro le colonne e non uscivo durante l’intervallo. Non volevo che mi vedesse, volevo solo sotterrarmi e non esistere più. Poi un giorno mi era arrivato un messaggio, ed era lui. Si era presentato come l’amico del fratello di Emma, e aveva esordito con un Hei con l’H davanti.  Avevo chiamato subito Emma e avevamo iniziato a prenderlo in giro per quell’H davanti, come se mi aiutasse a farlo sentire più piccolo e imperfetto. Avevamo riso tanto mentre gli rispondevo, e a ogni risposta le chiedevo cosa dire, che emoji usare, se fare domande o rispondere senza sbilanciarmi.

Poi un giorno ci eravamo dati un appuntamento ed eravamo usciti insieme. Mi era venuto a prendere con il suo motorino, sotto casa. Il vento mi scombinava il ciuffo mentre attraversavo le strade del paese, con le mie braccia attorno al suo busto. Era successo così veloce, abituarmi al suo profumo piccante, sfiorarci le mani, mandarci i messaggi dopo esserci lasciati, sederci sulla stessa panchina e stare in silenzio, abbracciarci, chiamarci ogni sera, prima di addormentarci, senza farmi sentire in casa, nascondendo la luce del cellulare sotto le coperte. Non parlavamo del futuro, vivevamo il nostro presente perché era tutto quello che avevamo, e non pensavamo potesse succedere altro. Ogni giornata era uguale a quella di prima, e questo mi rendeva protetta, al sicuro. Da quando stavo con A. avevo smesso di truccarmi, mi piacevo così.

Intanto, in cortile le rose erano sempre più rosse. Durante l’intervallo era quello il nostro posto, di fianco alle rose. Gli occhi verdi di A. erano in perfetta armonia con il rosso acceso e i miei capelli neri si ravvivano di fianco a quei petali. Volevo rimanessimo lì per sempre perché quei fiori ci stavano portando fortuna.        

Poi, veloce per come era iniziata, senza aspettare che finisse la primavera, la nostra storia era finita. Me l’aveva detto seduto di fianco a me sulla nostra panchina, mentre mi abbracciava piangendo. E allora mi ero chiesta perché una persona se vuole lasciare un’altra deve piangere. Ero tornata a casa con le braccia attorno al busto, mi stavo abbracciando da sola, piangevo e volevo dimenticare tutto. Mi ero nascosta nello sgabuzzino di casa e avevo iniziato a piangere davanti lo specchio.

Guardavo il mio viso che si riempiva di lacrime, i miei occhi che si arrossavano e le palpebre che si gonfiavano, le ciglia appiccicate tra di loro. Mentre ammiravo il mio viso deformarsi avevo preso il rossetto di mia madre e avevo scritto sul vetro ROSE e avevo fatto una X enorme sopra. Avevo deciso in quell’istante che le avrei distrutte il giorno dopo. Dopo avevo preso un panno e avevo cancellato la scritta. Il panno era rimasto macchiato per sempre.           

Ero andata a scuola a piedi un’ora prima. Mi ero portata dietro un paio di forbici dalla cucina di mia madre e le avevo nascoste dentro la tasca dello zaino. A quell’ora non doveva esserci nessuno, e infatti il cortile era vuoto. Il portinaio aveva aperto il cancello ma doveva essere chissà dove, a bere un caffè aspettando l’arrivo dei professori, o dei primi alunni. Mi ero nascosta dietro l’aiuola a forma di cuore, che paradosso. Avevo sfilato le forbici dalla tasca e le avevo aperte più possibile. Mi ero quasi tagliata la pelle dell’indice.

Poi avevo inspirato, avevo tirato su con il naso, come se mi mancasse il fiato e avevo iniziato a tagliare. I petali rimanevano attaccati tra di loro, sembravano incollati con la colla vinilica. Pensavo a Emma e alla sua faccia se mi avesse vista. Non mi avrebbe più rivolto parola.

Vandala, bulla, hai perso la testa. Sembri una pazza di quelle che se ne stanno in cortile da sole e hanno solo due amici, stanno sempre al cellulare e non parlano con nessuno. Sapevo che mi avrebbe detto questo, e l’avrei delusa di sicuro. Ma lei che ne sapeva di quello che stavo provando, di quello che stavo perdendo e che avevo perso per sempre.

Continuavo a tagliare, tagliare e tagliare. Stavo calpestando dei boccioli rossi con le scarpe da ginnastica bianche, non avrei dovuto indossare quelle. Sarebbero rimaste macchiate e tutti si sarebbero accorti di quello che avevo fatto, sarebbe stato l’indizio schiacciante.

Mentre tagliavo sentivo le spine sottili conficcarsi dentro la pelle, facevano male, degli spilli invisibili che mi pizzicavano la pelle. Avevo finito e mi sentivo soddisfatta, ero rimasti solo gli steli verdi.

Poi avevo sentito la campanella suonare e avevo nascosto le forbici dentro lo zaino. Mi ero alzata ed ero tornata verso l’uscita. Lì ci sarebbe stata Emma, forse avrei anche rivisto A. con i suoi amici. Mi ero infilata dentro la folla, come se non fosse successo nulla. Avevo visto Emma e ci eravamo abbracciate. Poi le avevo accennato della storia con A, al fatto che non stavamo più insieme. Mi aveva abbracciata, troverai di meglio, mi aveva detto. Mi aveva chiesto cosa fosse successo alle mie dita. Erano piena di taglietti e di piccole macchie rosse.

Mi sono tagliata ieri, Emma. Non glielo avrei mai confessato, ci saremmo chieste per tutto il giorno e nei giorni seguenti chi avesse distrutto l’aiuola a forma di cuore. È terribile, sarà stata una persona senza cuore. Quelli della scuola avevano piantato delle margherite, dopo quell’episodio. Crescevano sempre, e a volte le raccoglievo. Erano belle e non lasciavano le spine.

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Sara Noto Millefiori

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