FANTASMI: le donne di mafia

In questi giorni irrompono numerose le notizie sull’arresto di Matteo Messina Denaro, boss criminale mafioso, in fuga da 30 anni e incastrato solo pochi giorni fa dai carabinieri. Gli articoli su come è stato scoperto, sui suoi vari “covi” e sulla cifra del patrimonio miliardario che aveva accumulato impazzano su quotidiani e telegiornali. Sono invece meno frequenti le notizie e le dichiarazioni sui famigliari del boss. Certo, alcuni potrebbero averlo assistito spesso durante la sua latitanza: qualche cugino o qualche nipote magari, ma è curioso quanto poco nominino i famigliari donna. Io le ho soprannominate i FANTASMI: le donne di mafia, all’interno delle organizzazioni mafiose che non si vedono, non si sentono o delle quali in ogni caso, si sa ben poco. 

Il ruolo delle donne all’interno delle organizzazioni mafiose è una dimensione ancora poco conosciuta e poco studiata, nonché molto sottovalutata. Ciò dipende essenzialmente da una disparità di genere che è sempre stata evidente. Si pensi soprattutto a come gli uomini mafiosi parlavano, tra gli anni ’70 e ’80, delle loro donne ai magistrati, che ne traevano poi una sottovalutazione del ruolo.  Spesso questi uomini di mafia avevano per moglie una donna che era figlia di uomini come loro e che era quindi stata educata a essere “degna”.

“Le donne degne”

La moglie di un uomo mafioso doveva essenzialmente capire l’importanza del marito nella famiglia mafiosa e al di fuori di essa ed esserne orgogliosa, cercando di trasmettere questi valori ai figli. La donna esercita, senza possibilità di scelta, i tradizionali ruoli di moglie, madre e figlia disciplinata. Deve trasmettere alla prole il codice mafioso, continuando paradossalmente ad alimentare la disparità di genere. Infatti, è proprio la madre a creare la “psiche mafiosa” e a radicare nei figli maschi la cultura della vendetta e dell’omertà. Dall’altra parte, insegna alle figlie ad essere passive e ad ascoltare sempre e comunque l’uomo. Potremmo chiamare queste mogli e madri le “donne d’onore”. Sono in tutto e per tutto devote al rendere onore e giustizia ai loro mariti e padri. 

Solo verso la fine degli anni ’80 si iniziarono a scoprire delle mansioni femminili sempre più attive e distanti dagli stereotipi popolari delle donne di mafia. Le donne sono consapevoli degli atti violenti perpetrati dai gruppi e svolgono compiti fondamentali per la sopravvivenza degli affari. Dal sostegno materiale e psicologico, alla temporanea attività di prestanome, di gestione di patrimoni, finanze e traffici, estorsioni e mediazioni. Iniziano persino a spuntare delle pseudo “donne/capo”, come nel caso di Angela Mazza, vedova del camorrista Gennaro Moccia.

Anna Mazza, la “Vedova Nera della Camorra”.

Dopo la morte del marito, Angela Mazza, detta anche “la vedova nera della camorra”, diventa l’unica vera mente criminale del gruppo e inizia a fare affari fino ad arrivare a gestire decine di miliardi dell’attuale euro nell’edilizia pubblica in alcuni comuni di Napoli. Nel 1987 la arrestano: è la prima donna condannata per un reato diverso dal mero favoreggiamento, ossia per associazione mafiosa. 

Ovviamente non mancano le figure delle donne collegate alla mafia da legami famigliari, ma che decidono di collaborare con la giustizia. Ne sono famosissimi esempi Piera Aiello e Rita Atria, rispettivamente moglie e sorella di Nicola Atria, figlio di un esponente della mafia di Partanna. Qualcuno uccide Nicola sotto agli occhi della moglie e per vendicarsi, sia la moglie che la sorella iniziano a collaborare con il giudice Paolo Borsellino. Rita sopporta delle grandi conseguenze, poiché Rita la madre la rinnega, mentre Piera e la figlia piccola spariscono nel programma di protezione dei testimoni. Nessuna di loro era al sicuro. Quando il giudice Borsellino viene assassinato, vanno in fumo anche tutte le speranze di Rita, alla quale mancava l’appoggio della famiglia. Ritrovatasi sola e senza più il suo amico giudice ad aiutarla, Rita compie l’estremo gesto del suicidio, gettandosi da una finestra una settimana dopo l’assassinio di Borsellino. 

Il mondo mafioso femminile si può sintetizzare in un quadro di relazioni di stampo patriarcale, con una evidente dipendenza economica e controllo da parte dell’uomo. Solo alcune volte ha temporaneamente il potere di agire e solo in rare eccezioni, può provare a prendere il comando. L’inclusione della donna è solo uno strumento utile alle attività criminali ed ecco perché il femminismo è, per definizione, anti-mafioso. In un contesto oppressivo e rigido come quello mafioso, non c’è spazio per la libertà di pensiero, di espressione e di scelta. Neppure per gli uomini.

Vorrei prendermi queste ultime righe per rendere omaggio a queste ultime figure “positive”. E’ a donne come Piera e Rita e al loro sacrificio che si deve un enorme riconoscimento, così come si devono loro verità e giustizia, per onorare il loro coraggio, dimostrato nonostante la paura. 

Selenia Romani

Selenia Romani

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