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In memoria di Sarah Hegazi, attivista LGBT sotto il regime egiziano di al-Sisi

«Ai miei fratelli: ho provato a sopravvivere ma ho fallito, perdonatemi. Ai miei amici: l’esperienza è stata dura e io ero troppo debole per lottare, perdonatemi. 

Al mondo: sei stato davvero crudele, ma io ti perdono.»

Un pezzo di stoffa, quella della bandiera arcobaleno simbolo della comunità Lgbtq+. E poi un’identità indossata con fierezza, quella di donna attivista per i diritti civili e lesbica, che si trova a vivere imbrigliata nelle catene di un Paese che è l’Egitto, dove essere omosessuali è ancora una colpa, un morbo da estirpare. 

È il 2017, Sarah Hegazi è ad un concerto del gruppo libanese Mashrou’ Leila. Quando sul palco sale il frontman della band, dichiaratamente gay, i fan si uniscono e sventolano le bandiere arcobaleno. Sarah è lì, proprio in quel momento. Il suo volto spicca tra i tanti, un sorriso di ribellione, uno slancio ad una libertà che è condizionata, ma che per un attimo le appare disciolta, immortale.  Un amico le scatta una foto, ed è quella foto che dopo essere diventata virale, la condannerà ad un’accusa di “promozione del pensiero deviante e della dissolutezza sessuale”. Il suo caso viene pubblicato su tutti i media egiziani, e dopo essere pubblicamente descritta come un esempio negativo di promozione di immoralità, Sarah viene arrestata. 

Dopo essere stata portata in un centro di detenzione gestito dagli agenti di sicurezza nazionale egiziani, viene torturata, violentata e sottoposta a sevizie. “Mentre mi stavano arrestando, nella mia casa, davanti ai miei genitori, un agente mi ha chiesto cosa pensassi della religione, perché non indossassi il velo e se fossi vergine o meno. Dopo avermi bendato, l’agente mi ha trascinato nell’auto e portato in un posto che non dovevo riconoscere. Sono stata portata giù da una scala, senza sapere dove sarei arrivata. Ho sentito soltanto una voce di uomo dire: “Portala da al-basha”, Poi ho avvertito un odore nauseabondo, e ho sentito gemiti di dolore. Mi hanno fatta sedere su una sedia, le mani legate e un pezzo di stoffa nella bocca per motivi che non riuscivo a capire. Non vedevo nulla, nessuno mi rivolgeva la parola. Un attimo dopo, il mio corpo si è contorto dalle convulsioni e ho perso conoscenza. Non so per quanto tempo sono rimasta esanime. Ma so che è stata una scossa elettrica. Sono stata torturata con l’elettricità. Hanno minacciato di fare del male a mia madre, se ne avessi parlato a qualcuno»

Una volta nella cella, Sarah è stata costretta a subire continue violenze sessuali e torture che poi sono proseguite nella prigione di Qanatir, nella parte nord del Cairo, dove è stata tenuta in isolamento senza luce, e dove ha perso la capacità di stabilire contatti visivi con altre persone. Tutto ciò mentre, fuori dalle mura della prigione, si perpetravano le violenze e durissime repressioni contro la comunità Lgbtq+ egiziana. 

Sarah riuscirà ad uscire di prigione solo nel gennaio del 2018, anno che segna la fine del suo calvario detentivo ma l’inizio di quello dentro di sé. Dopo aver ottenuto l’asilo politico in Canada, ma traumatizzata per sempre dalle violenze subite, Sarah si toglie la vita ad appena trent’anni il 14 giugno 2020. Scrive “A te, mondo, che sei stato terribilmente crudele, io ti perdono.”

La storia di Sarah ci viene a cercare e ci ricorda quanto ancora i diritti delle minoranze nel mondo siano a rischio. L’Egitto attualmente non vieta l’omosessualità, ma la comunità Lgbtq+ è privata di qualsiasi diritto e oltre a non essere riconosciuta, viene stigmatizzata, discriminata e, come nel caso di Sarah e centinaia di altri giovani, perseguita. L’omosessualità è considerata una malattia, e coloro che esprimono il proprio orientamento vengono criminalizzati come “promotori di devianza sessuale”. L’attuale regime di Abdel Fattah al-Sisi, in carica dal giugno del 2014, attua una politica di oppressione contro tutti coloro che non rientrano nei rigidi schemi di governo conservatore. Nelle prigioni egiziane si trovano giornalisti, attivisti, dissidenti politici e tutti coloro che non rientrano nelle griglie inflessibili imposte dalla società e le violenze e torture che precedono e susseguono gli interrogatori rappresentato una costante violazione dei diritti umani. 

“Gli islamisti e lo Stato si fanno concorrenza in materia di estremismo, ignoranza e odio, proprio come lo fanno in violenza e brutalità. Gli islamisti puniscono chi dissente da loro con la morte, e il regime al potere punisce chi la pensa in modo diverso con il carcere. Tra un estremista religioso barbuto – che vuole ucciderti perché crede di essere più in alto agli occhi del suo Dio e, di conseguenza, incaricato di uccidere chiunque sia diverso da lui –  e un uomo vestito bene, sbarbato, con un telefono nuovo e un’auto costosa, che crede di essere più in alto agli occhi del suo Dio e, di conseguenza, incaricato di torturare e imprigionare chiunque sia diverso da lui istigando altri a esercitare violenza, non c’è differenza. Chiunque sia diverso, chiunque non sia un musulmano sunnita eterosessuale maschio che sostiene il regime al potere è considerato perseguibile, impuro o morto. La società ha applaudito il regime quando sono stata arrestata con Ahmed Alla, un amico che come me ha perso tutto per aver sventolato la bandiera arcobaleno. I Fratelli Musulmani, i salafiti e gli estremisti alla fine si sono detti d’accordo con il potere dominante: hanno assunto una medesima posizione nei nostri riguardi. Hanno convenuto sulla violenza, sull’odio, sul pregiudizio e sulla persecuzione. Forse, sono le due facce di una stessa medaglia.
Non abbiamo trovato una mano tesa ad aiutarci tranne che nella società civile. A un anno di distanza dal concerto di Mashrou’Leila, dopo che è stato vietato ai musicisti del gruppo di rimettere piede in Egitto, dopo una campagna contro gli omosessuali durata un anno, dopo un anno da quando ho annunciato di essere diversa – “Sì, sono lesbica” – non ho dimenticato i miei nemici. Non ho dimenticato l’ingiustizia che mi ha scavato un buco nero nell’anima, lasciandola sanguinante – un buco che i medici non sono stati ancora in grado di rimarginare.”

Sarah Hegazi, Il Cairo, 1 ottobre 1989 – Toronto, 14 giugno 2020.

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Francesca Feder

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