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Le Madri

Anni ’60 del 1900. New York. Mentre in tutta l’America continuano a spopolare i concorsi di bellezza dove ragazze bianche si sfidano per il titolo di reginetta c’è tutto un altro mondo che vuole rivendicare le sue regine.

Nel quartiere di Harlem, a Manhattan, possiamo entrare in dei camerini sfavillanti: quelli delle drag queen.

Tutt* vogliono essere regine

Il clima di stigma sociale ed esclusione diede vita a tutta una sottocultura nuova: la ball culture. Qualsiasi persona poteva partecipare ai ball, che sono competizioni artistiche attraverso le quali ci si sfida per un solo titolo: quello di regina. Non ci sono limiti e decine di uomini gay e donne transgender si preparano ad esibirsi esprimendo il loro concetto di femminilità, portato all’estremo. Ed ecco che prendono forma le drag queen, dai vestiti sfarzosi e le parrucche ingombranti. Alcuni pensano che l’origine delle drag queen possa essere riconducibile già nell’antica Grecia: durante le tragedie erano sempre gli uomini a rivestire i ruoli femminili e travestirsi.

Replicando le regole dei soliti concorsi di bellezza ai ball è presente una giuria molto severa che valuta i partecipanti per trucco, acconciatura, classe, abiti e bellezza. Questi eventi andarono avanti per anni in segreto, promossi attraverso il passaparola. Ricordiamoci che se ancora oggi l’esclusione sociale comprenda anche i membri del movimento LGBTQIA+, all’epoca la situazione era peggiore: in certe occasioni i locali pagavano mazzette alla polizia per non fare irruzioni durante questi eventi.

Il contesto della ball culture

La straordinaria bellezza e vivacità del mondo delle drag queen cerca di ritagliarsi un posto in una società fortemente stigmatizzante. I pregiudizi non solo solo di genere, ma anche di razza. All’interno del mondo drag americano si replicarono gli stessi pregiudizi della società eteronormativa: i bianchi vincevano a mani basse ogni competizione. Questa situazione cambiò quando nel quartiere di Harlem si crearono le aggregazioni black queer. Finalmente nascevano delle competizioni artistiche che permettevano la vittoria anche agli esclusi.

Partecipare ai drag ball era comunque molto rischioso, ma anche l’unica possibilità per gli artisti afroamericani e latinoamericani di partecipare ad eventi dove avessero la possibilità di vincere. Ma nonostante i movimenti di liberazione e le lotte, fino al 1980 il reato di omosessualità continuerà ad esistere. Tantissime persone appartenenti al movimento LGBTQIA+ finirono per strada, picchiate dalla polizia o chiuse in carcere. A volte (più spesso di quel che si pensi) anche uccise. E’ stato questo il caso della morte di Venus Xtravaganza, che partecipò alla docu-serie Paris is Burning (incentrato sulla scena della ball culture e sulle vite emarginate degli omosessuali, 1991). Durante gli anni delle riprese fu trovata morta sotto il letto di un hotel, si pensò all’attacco di un cliente.

Essere Madre

All’interno del fenomeno del ball culture vi è un evento strettamente correlato: la nascita delle House. Nella società americana, dove il non scritto esclude persino tra gli esclusi, dove in comunità marginalizzate non regnano mai le queens nere o latine, si stava finalmente creando una competizione artistica che esprimeva il coraggio omosessuale e etnico. La ball culture rappresenta una comunanza esperienziale, che si riflette anche nella nascita di case dove gli esclusi potevano creare una famiglia di appartenenza.

La comunanza si rispecchia anche in una vita da esclusi. Ricordiamoci che appartenere al movimento LGBTQIA+ durante il 1900 in America significava essere cacciati dalle proprie famiglie ed essere perseguitati dalla polizia. Significava avere addosso uno stigma sociale che impediva di avere una vita normale e spesso le persone erano costrette a prostituirsi per poter continuare a vivere (e anche in questo caso bisognava stare attenti alle forze dell’ordine).

Per questo la nascita delle House rappresenta un momento importante. Crystal LaBeija, drag queen e donna transgender, fu la prima a creare non una semplice casa, ma una vera e propria famiglia. Mother è il ruolo che si ritaglia, fondando un luogo dove offrire accoglienza e protezione ai giovani cacciati dalle loro famiglie e respinti dalla società. Ogni House portava il nome della propria Mother e il rapporto genitoriale che si instaurava faceva sì che i giovani rinunciassero al loro cognome per assumere quello della casa.

E’ il caso di Pepper LaBeija, che prenderà successivamente il posto di Mother nella House of LaBeija. La famiglia biologica la cacciò ma ad Harlem trovò il suo posto da regina e da madre.

Pepper LaBeija, la Cleopatra dorata

Le House funzionavano come orfanatrofi per bambini sfollati, permettevano l’accoglienza in una comunità allargata, anche senza che partecipino ai ball. Non contano sesso, biologia o identità di appartenenza.

L’unica cosa che conta è la comunanza esperienziale.

Una marginalizzazione strutturale

Quando si parla delle House non si può non specificare un dato importante: non stiamo parlando semplicemente di persone senza dimora, di senzatetto. Stiamo parlando di un fenomeno sociale legato a cause strutturali (homelesseness). Non è qualcosa che dipende dalla sfortuna o da fallimenti della propria vita. Non stiamo parlando di una semplice esperienza individuale sfortunata. Anche se, questa concezione è stata usata per un’esclusione sociale di alcune categorie di persone considerate indecorose. Ma quali sono le cause strutturali del fenomeno sociale della homelessness?

Tra le più importanti troviamo la diseguaglianza sociale, che comprende le diseguaglianze sessuali e di genere. La diseguaglianza non è solo ciò che segna l’esperienza di chi ha perso una casa, ma è anche ciò che può esporre alcuni gruppi di persone a un più alto rischio di perderla. Cioè: all’interno della società americana del 1900 era più facile perdere la casa se si apparteneva ad una minoranza di genere.

E non si tratta solo della perdita della propria abitazione, sono le violenze fisiche e verbali, la costrizione alla prostituzione ed ad una vita vissuta in segreto. Non si pensa al fatto che la violenza oltre ad essere deplorevole di per sé, va anche a produrre degli effetti sul piano materiale che a loro volta espongono a nuova violenza e a nuova marginalità. 

Nell’immaginario collettivo, l’oppressione, la diseguaglianza e la violenza di genere e sessuale hanno finito per coincidere con problemi culturali dipendenti dal modo in cui è strutturata materialmente ed economicamente la società, vale a dire dalla distribuzione diseguale delle risorse. Diseguaglianza continuerà a produrre maggiore diseguaglianza.

Per questo le House, con le loro Mother, rappresentano un sostituto della famiglia, in un periodo storico in cui essere nero, ispanico, omosessuale o trangender significava essere abbandonati a sé stessi. Il rapporto che lega i membri delle house è reale, sono una famiglia, al di là dei legami di sangue.

E questo dimostra come in fondo si possa essere Madri in molti modi diversi.

Post scriptum: consiglio la visione della serie POSE (2018), un’opera di narrativa creativa, ma fortemente ispirata alla docu-serie sopra citata (Paris is Burning) basata su fatti e persone reali.

Per uno sguardo più specifico alla ball culture: Underground Ball Culture – Subcultures and Sociology (grinnell.edu)

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Erica Nunziata

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