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La violenza maschile sul corpo femminile: una riflessione sullo stupro di Palermo

I fatti dello stupro di Palermo riportano alla mente l’immagine passata della violenza del Circeo: un’ombra nera che sovrasta da anni i bravi e comuni ragazzi italiani, quelli della propria cerchia di amici, familiari e conoscenti. Gli stessi ragazzi che, a distanza di anni, continuano a seviziare il corpo delle donne. La loro normalità è alla base della tendenza della comunità a giustificarli. La vittima di uno stupro deve necessariamente aver fatto qualcosa di stra-ordinario per rendere carnefici i propri figli, padri e fratelli. Dunque, indagini e investigazioni sulla donna: cosa indossava, cosa faceva, dove si trovava, a che ora è successo, come si comportava, cosa diceva.


Dal richiamo alla responsabilità comune dietro i fatti del Circeo, la mia generazione si è sempre protetta grazie alla distanza generazionale: un comodo cuscinetto su cui far rimbalzare domande e riflessioni su noi stessi. Leggendo La scuola cattolica (2016) di Edoardo Albinati, uno dei primi pensieri è stato proprio quello: finalmente, quella generazione provava a fare i conti con i propri fantasmi. I fatti degli anni Settanta avevano sconvolto la società italiana proprio a causa dell’appartenenza dei carnefici alla medesima comunità:

[le famiglie italiane] scoprirono da un giorno all’altro che i loro ragazzi così cari potevano essere degli stupratori, e che le loro figlie erano a disposizione dei maniaci ogni volta che uscivano[…].

Oggi il sentiment generale percepito tra le strade e sui social è più o meno questo: diviso tra chi usa le immagini del branco e delle bestie per creare una distanza difensiva tra sé e l’evento e chi fa una disillusa constatazione della realtà. In entrambi i casi, ci si prova a capacitare di come dei ragazzi possano fare ubriacare di proposito una coetanea per poterla poi stuprare in sette.

Di come, così come cinquant’anni fa uno dei carnefici del Circeo “è quasi cavalleresco nel chiedere alla ragazza se preferisca essere addormentata con un’iniezione, o se vuoi con una botta in testa”, oggi i ragazzi palermitani abbiano galantemente sollevato la ragazza inerme, rassicurandola di sapere dove la stavano portando. Tocca fare i conti con la medesima violenza, con cui questi giovani trasmettono il loro messaggio sul corpo femminile: una lezione da pedagoghi, per dirlo con le parole di Albinati.

“Vedrai che ti piacerà, mentre la vittima viene inchiodata […] La lezione va ribadita con fermezza. Alle donne deve piacere per forza. Non si ammettono deroghe. […] Lo vuole, l’ha sempre voluto. […] Se non lo vuole, è lo stesso.

E così è stato per questi ragazzi di diverse generazioni. Non si sono fermati davanti a nessun tipo di no, a nessun tipo di richiesta. Oggi si parla spesso di consenso, di come, ad esempio, sia necessario riconoscerlo. Ma da dove bisogna partire, se un no non è compreso nemmeno quando é così esplicito? Nemmeno quando si chiede pietà allo stremo delle forze?


Le due tristi violenze dialogano tra loro anche sul finale. Le donne seviziate al Circeo vengono ritrovate nel bagagliaio di un auto, abbandonate lì dagli aguzzini. Una delle due, nonostante tutto, è ancora viva, all’insaputa dei ragazzi. La ragazza vittima dello stupro di Palermo viene ritrovata da alcuni passanti, lasciata lì dai sette ragazzi che non hanno ascoltato nemmeno la sua richiesta di chiamarle un’ambulanza.


I carnefici, dopo i propri crimini, prendono strade diverse. Negli anni Settanta c’è chi scappa per non essere mai più rintracciato, chi si aggira per la capitale, passeggiando per le strade. Nel 2023 c’è chi si dirige in rosticceria, chi commenta quanto fatto su Whatsapp e chi riguarda il video appena registrato. Pongono simbolicamente fine alla loro notte con un gesto: se i carnefici del Circeo chiudono il loro ciclo di giornate di sevizie sistemando i corpi delle ragazze in un bagagliaio, i carnefici di Palermo sotterrano il proprio cellulare, in una sorta di rito funereo che insabbi quanto accaduto.


Sperando che la giustizia faccia il proprio corso, noi non possiamo far altro che costruire una rete di piena solidarietà alla ragazza vittima di questa violenza, impegnarci nel supporto alla costruzione di una maggiore autocoscienza maschile, lavorando ad un’educazione emotiva e relazionale che ci coinvolga tutti.

Maura Catania

Maura Catania

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