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Il Centro Artemisia: l’eredità di Nicoletta Livi Bacci

Il Centro Artemisia nasce a Firenze nel 1991 dall’impegno condiviso delle sue fondatrici, Nicoletta Livi Bacci e Catia Franci, contro ogni tipo di violenza (psicologica, fisica, sessuale, economica). L’organizzazione mette a disposizione delle consulenze gratuite rivolte a donne e minori (o adulti che hanno subito violenza nell’infanzia); al contempo si occupa di sensibilizzare i giovani sul tema della violenza di genere, attraverso iniziative su tutto il territorio italiano. 

L’Associazione prende il nome dalla pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi, una delle prime donne ad affrontare un processo per stupro e a portare in tribunale il suo aggressore, il pittore Agostino Tassi. 

Dal 1999, Artemisia diventa un punto di riferimento per tante donne e minori in cerca di una nuova casa e nel 2008 entra a far parte della rete D.i.Re, Donne in Rete contro la Violenza, di cui è socia fondatrice.

Tanti risultati che non sarebbero stati possibili senza l’aiuto dei numerosi volontari e tirocinanti che fanno parte del vasto organico. Infatti, nonostante l’Associazione vanti al suo interno figure professionali quali avvocatesse, psicologhe e psichiatre, assistenti sociali e insegnanti, il ruolo dei volontari è fondamentale.

Tuttavia, vista e considerata la criticità di alcune situazioni che si possono presentare al Centro, anche a queste figure deve essere fornita una preparazione adeguata, così da essere in grado di intervenire in tutti i casi con sensibilità e fermezza. A questo proposito, tutti i partecipanti dell’associazione sono tenuti a partecipare almeno una volta l’anno ad un corso di formazione. 

La fondatrice del Centro

Nicoletta Livi Bacci, fondatrice Centro Artemisia.

Nicoletta Livi Bacci (1938-2014) vive quasi tutta la sua vita a Firenze con il marito Massimo Livi Bacci e i figli, Lorenzo e Caterina. Da sempre desiderosa di aiutare gli altri, nel 1978 partecipa, insieme ad altre donne, all’apertura di una libreria delle donne a Firenze, dopo aver presentato l’idea un anno prima presso un collettivo femminista. In seguito, diventerà presidente della stessa associazione, cimentandosi anche nel ruolo di traduttrice. Contribuirà a far arrivare il pensiero femminista americano a Firenze, attraverso la traduzione di saggi dall’inglese all’italiano. 

Nel 1988, Nicoletta presenterà a Catia Franci, assessora all’istruzione del Comune di Firenze, una proposta per aiutare le donne vittime di violenza. Questa collaborazione darà vita al Comitato per l’inviolabilità del corpo femminile, commissione comunale contro la violenza sessuale.

Nicoletta continuerà a prendere parte a diversi progetti sociali e a sostenere la libreria come volontaria fino al momento dell’apertura del Centro Artemisia, dove poi concentrerà tutte le sue energie. Il suo impegno verrà riconosciuto nel 1999 con il Premio Nazionale per la solidarietà e nel 2003 con il Fiorino D’Oro da parte del Comune di Firenze. Inoltre, dal 2014 le case rifugio di Artemisia vengono intitolate a lei.

“La sua esperienza quotidiana nelle case rifugio che Artemisia gestisce, dove sono ospitate donne con i loro figli e figlie che si trovano in estremo pericolo, è diventata per tutte un patrimonio di saperi. Con il suo entusiasmo ha scosso e trascinato le coscienze, tante persone e le istituzioni verso politiche concrete di contrasto alle discriminazioni e per il riconoscimento della libertà e inviolabilità del corpo femminile. Porteremo sempre con noi il suo meraviglioso sorriso, la sua seria leggerezza e il suo rigore”.

Le Artemisie (nome dato da Nicoletta alle socie del Centro).

CAV italiani abbandonati a se stessi… Dove è lo Stato?

Il Centro Artemisia non è l’unico Centro antiviolenza (CAV) in Italia. Anzi, nel 2020 i CAV erano ben 350.

Un numero che sembra confortarci, vista la presenza di queste oasi sicure più o meno sparse in tutto il territorio nazionale. Tuttavia, è un numero che dovrebbe anche spaventarci e farci riflettere, dato il numero esponenziale di violenze ed il bisogno di creare continuamente nuove strutture.

Il ruolo di queste associazioni ha un valore imprescindibile; ma non è giusto sovraccaricarle di lavoro ed abbandonarle a se stesse, contando sull’aiuto delle volontarie. Lo Stato ha il dovere di intervenire preventivamente in queste situazioni di violenza; invece che cercare di arginare il danno in un secondo momento.

Quello che lo stupro di gruppo a Palermo di questi giorni ha dimostrato, è che serve una seria educazione sessuale ed affettiva. Le associazioni si impegnano a fare informazione ed a sensibilizzare i più giovani per quanto possibile; ma non basta.

C’è bisogno dell’aiuto di tutti, ed in particolare dello Stato, che è il solo a poter rendere l’educazione sessuo-affettiva obbligatoria nelle scuole, dimostrando di essere un Paese moderno in linea con gli altri. Al momento, siamo uno dei pochi Paesi in Europa a non avere un curriculum di questo tipo nelle scuole.

Siamo stanchi che la responsabilità di queste tragedie venga sempre scaricata sulle famiglie e sui singoli; mentre lo Stato se ne lava le mani, macchiandosi dell’ennesimo femminicidio o violenza. Siamo stanche.

Abbiamo bisogno che le istituzioni prendano finalmente posizione con delle leggi severe che tutelino donne e bambini; ed abbiamo bisogno che lo facciano ora.

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