Cerca
Close this search box.

“Perfetti o felici”: le fatiche dei giovani adulti raccontate dalla dott.ssa Stefania Andreoli

“Doc, ce lo scriva questo libro sui giovani adulti!”. Così parla una ragazza al firma copie del precedente libro della dottoressa Stefania Andreoli a Milano. “Perfetti o felici” nasce dall’esigenza dei giovani adulti di riuscire a far capire le fatiche che devono affrontare in un mondo in cui si sentono a malapena ascoltati. In un mondo in cui in realtà, loro “non si sentono” affatto. Ed è in quella che Stefania Andreoli chiama “la stanza delle parole” (lo studio dove riceve i pazienti), che la dottoressa ha iniziato a raccogliere le informazioni necessarie per dare voce a una generazione resa silenziosa da tutti gli altri. Stefania Andreoli li ha ascoltati e capiti, ha fatto da megafono alle loro urgenze, li ha visti per la prima volta e li ha emblematicamente raccolti e raccontati in questo nuovo libro.

I giovani adulti, ovvero i/le ragazz* tra i 20 e i 30 anni, emergono come nuovo soggetto. Una nuova generazione di persone che si sente accusare di non essere abbastanza, di non fare abbastanza, di non impegnarsi a sufficienza. Quante volte avrete sentito dire: “Eh, i giovani d’oggi non hanno voglia di fare nulla”. La realtà è che i ragazzi e le ragazze definiscono li propri valori in maniera differente rispetto a chi li ha preceduti e precedute. L’attenzione è rivolta alla qualità delle scelte, delle relazioni, dei gesti, del proprio lavoro. I giovani adulti hanno capito che “perfezione” e “felicità” nella stessa frase non convivono. L’idea della perfezione è un’utopia che fa solo la guerra ai tentativi di avere una vita felice.

La dottoressa afferma che a volte i giovani adulti “non sanno dove siano” e a volte “non si percepiscono nemmeno più. Usano una controfigura con le proprie sembianze che va dove devono andare e sta dove dovrebbero stare”. Cos’è, allora, la felicità per i giovani adulti? La dottoressa Andreoli dice che per loro: «La felicità è una faccenda seria. A differenza dei loro genitori intendono trattarla con lo stesso impegno che mettono nelle altre questioni globali: pensandoci. La soluzione che hanno identificato sta nella felicità come autenticità di sé. Detto in altri termini, la felicità per loro equivale alla salute, e sfido a contraddirli». Si interrogano sul senso, sui significati, sulle priorità e si mostrano fragili senza cercare di nasconderlo.

Il libro tocca diversi temi, che compongono un faticoso percorso dei giovani, dalla relazione con gli altri, siano essi famigliari o amici, al rapporto con sé stessi, passando per il lavoro e il mito dell’università, nonché per la paura del futuro.

La famiglia è sicuramente un nodo centrale, forse perché questi genitori appartengono a una generazione con principi differenti. Per loro perfezione e felicità vanno di pari passo, ma allo stesso tempo non sono felici… E i ragazzi lo sanno, lo vedono. Vorrebbero aiutarli, vorrebbero provare a rendere felici i propri genitori, ma hanno capito che non possono farlo a scapito di se stessi. I genitori di questi giovani adulti pieni di timori, si ergono a migliori giudici e conoscitori dei propri figli. Con la formula non richiesta di sentenze sull’identità del figlio e frasi della serie “io so chi sei meglio di te”, tutto si traduce nell’impedimento ai giovani di divenire se stessi, poiché gli adulti ritengono di saperne più di loro.

Una grande parte del libro viene dedicata anche all’università e al lavoro. Sembra che possedere il famoso “pezzo di carta” sia ancora una priorità per le famiglie dei giovani adulti e in questo modo, l’università non è più il mezzo per raggiungere delle competenze specifiche, ma il fine da raggiungere, la naturale conseguenza della scuola superiore. Molti genitori si rivelano sordi. Ci sono esempi di ragazzi nel libro, che vengono iscritti dalla madre all’università, nonostante siano stati molto chiari nel dire di voler iniziare subito a lavorare. Altri invece, si sono iscritti a una facoltà perché i genitori pensavano fosse quella giusta per loro. Perché loro “sanno cosa è meglio” per i figli e così facendo, ne ignorano le volontà, i desideri, le aspirazioni e i talenti.

Poiché le famiglie tengono le redini così salde, l’uscita dal nucleo famigliare è ancora più problematica, perché il futuro spaventa. Lasciare la famiglia pur sentendone il confronto costante, aspirare a un modello ideale molto spesso irraggiungibile e sentire il peso delle responsabilità imminenti. Ma ciò che sorprende davvero è che i giovani adulti non riescono ad immaginarselo un futuro. Uno di loro afferma: “Non mi è possibile figurarmi un futuro perché non riesco a pensarlo o a pensare il mondo, se prima non mi capisco io”. Non può esserci futuro senza un’identità. Diventare autenticamente se stessi è un viaggio faticoso e doloroso, ma sembrerebbe l’unica cura al male di vivere una vita che non è la propria.

Una menzione speciale va a quelli che la dottoressa Andreoli chiama gli “adulti giovani”, cioè le persone tra i 30 e i 40 anni. Loro, a differenza dei ventenni, sanno come vorrebbero che fosse la loro vita, perché ogni decisione che hanno preso fino a questo momento li ha portati sempre più vicini ai loro obiettivi. Tuttavia, quando capiscono che dovrebbero cambiare qualcosa perché non sono felici, fanno fatica a farlo. Certo, hanno paura di cambiare, ma soprattutto hanno paura perché sentono di non avere più l’età per correre questi rischi. A vent’anni avevano tutta la vita davanti per correggere le loro scelte, ma a trentacinque/quarant’anni, non sono più sicuri di poter trovare un’alternativa. Se lascio il mio partner, rimarrò sol*? Se lascio il lavoro, ne troverò un altro?

Non posso fare altro che sostenere fortemente la lettura di questo libro, che stimola una visione autentica dei giovani adulti, maltrattati dalla politica e ridicolizzati dal mercato del lavoro. Sono quasi ostaggi della famiglia d’origine, ragazzi e ragazze che lottano per ritrovarsi. In quanto “adulta giovane” consiglio questo libro anche a tutti coloro che desiderano “capire dove si trovano” nella loro vita e vedere se ciò che hanno è davvero ciò che vogliono.

Picture of Selenia Romani

Selenia Romani

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ultimi Post

Le donne di Bridgerton: indipendenza e libertà nonostante l’etichetta

Cinema, Femminismo, Sessualità

Hazbin Hotel: una chicca piena di queerness

Attualità, Recensioni

Charlotte Corday, Violet Gibson e la violenza politica femminile

Politica, Storia

Che cos’è l’anarchia relazionale?

Attualità

Cookie & Privacy

Noi e terze parti selezionate utilizziamo cookie o tecnologie simili per finalità tecniche e, con il tuo consenso, anche per altre finalità come specificato nella Privacy Policy
Puoi acconsentire all’utilizzo di tali tecnologie utilizzando il pulsante “Accetta”. Chiudendo questa informativa, continui senza accettare.

Il corpo come soggetto attivo – intervista a Costanza Salini