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Ana Mendieta: arte, corpo e terra


Ho scoperto l’artista Ana Mandieta poco tempo fa, mentre stavo facendo delle ricerche per la mia tesi. Inutile dire che ne sono rimasta assolutamente incantata. Le sue opere sono incredibilmente potenti e, non a caso, hanno avuto un forte impatto sulle successive generazioni di artisti. Al centro del suo lavoro troviamo soprattutto il rapporto tra il corpo e la terra. Altri temi centrali sono, ad esempio, la memoria, la storia e il rito. Inoltre, nella sua vita Ana Mendieta ha sperimentato forme d’arte diverse e ha realizzato numerose performance, fotografie, sculture e film. 

Nata nel 1948 a Cuba, si è poi trasferita negli Stati Uniti da adolescente, dove ha studiato all’Università dell’Iowa e dove ha cominciato la sua carriera come artista a ventitré anni, nel 1971. La sua morte è avvenuta prematuramente e in circostanze sospette nel 1985, cadendo dalla finestra del palazzo di New York dove abitava col marito. 

Mendieta è stata costretta a separarsi dalla famiglia da giovanissima e ciò ha causato in lei ferite profonde e traumi che l’hanno spesso fatta sentire un’estranea negli Stati Uniti. Con un’immensa creatività, Mendieta ha preso questo dolore e questa disconnessione che provava e ne ha fatto arte, esplorando e analizzando concetti che a lei sono sempre sembrati estranei, come quelli di casa, famiglia e appartenenza.

Così come molti altri artisti che praticavano o praticano la performance art, anche per lei esibire il proprio corpo, soprattutto nudo, era un modo per dire “io esisto”. Nel suo caso specifico, Mendieta impiegava il corpo per riflettere sugli inevitabili cicli della natura e sulla relazione tra quest’ultima e l’essere umano. È per queste ragioni che Mendieta non è considerata solo un pilastro della performance art, ma anche della land art, il movimento artistico che lega indistricabilmente l’arte e il paesaggio. La maggior parte delle opere dell’artista ha avuto luogo, per l’appunto, in ambienti naturali.

Un esempio molto significativo è la sua serie chiamata Siluetas, in cui l’artista ha creato opere adornate con elementi indigeni di varie zone. Mendieta ha indagato il suo rapporto con la terra e la sua femminilità realizzando impronte del suo corpo nudo sulla terra in luoghi a lei particolarmente cari, come Cuba, il Messico e l’Iowa. Successivamente, ha riempito la sagoma risultante con colori o materiali specifici che evocavano questi luoghi.

Per Mendieta, la terra è una metafora del materno: la relazione con la madre è stata infatti particolarmente complessa e frammentata per lei. L’uso da parte di Mendieta di forme femminili astratte che si fondono con il paesaggio può quindi denotare il fatto di aver finalmente trovato casa nella più universale madre terra, così come denota l’accettazione del ciclo della vita e della morte. In altre parole, si tratta di opere che parlano anche di rinascita. Mendieta stessa ha raccontato che, tramite la sua arte, si è “gettata negli stessi elementi che l’hanno prodotta”.

In aggiunta, Mendieta, con la sua arte, ha anche abbracciato la sua femminilità e molte sue opere sono un’ode a essa. Molti suoi lavori hanno tratti eterei, mistici, quasi religiosi. L’uso frequente di materiali come il sangue, la terra, le rocce, le piante e il fuoco ricorda alcuni rituali religiosi del cattolicismo cubano. Relazionarsi alla terra è anche, quindi, il modo metaforico che Mendieta ha usato per omaggiare simbolicamente una divinità femminile generica e universale.

In una delle opere della serie Siluetas, ad esempio, l’artista ha creato una sagoma del suo corpo sulla spiaggia di La Ventosa, in Messico, e ha riempito l’impronta con la tempera rossa. Quando la marea si è alzata e le onde dell’oceano l’hanno sommersa, la forma si è gradualmente erosa e il colore si è disperso nel mare, finché alla fine non è rimasto più nulla. Così facendo, l’artista ha evocato la vita e la morte, oltre all’arrivo – o al ritorno – al grembo materno e alla terra. 

In una delle sue opere più note, intitolata Imagen de Yagul, invece, l’artista è rimasta insolitamente nella fotografia. In questo caso era sdraiata in una tomba, con il corpo nudo e ricoperto di fiori bianchi. Il fogliame che oscura il volto di Mendieta e che sembra crescere dal suo corpo la trasforma, allo stesso tempo, in un cadavere senza vita e in un luogo di grande fecondità.


Nel 1978 le Siluetas e i film di Mendieta hanno lasciato il posto a un corpo di opere costituito da forme scolpite nella roccia, fatte di sabbia o incise nell’argilla. Si tratta di una serie di opere spirituali, create in un parco vicino a L’Avana, intitolate collettivamente Esculturas Rupestres: ognuna di esse rappresentava una dea dell’antichità cubana. Queste opere, secondo gli studiosi, mostrano una forte coscienza di genere e sono un inno all’universo femminile, alla terra e al divino. Mendieta ha inoltre enfatizzato i genitali delle figure, come a evidenziarne la fertilità, e ha cercato di fondere le sue opere con l’ambiente circostante, in modo che le figure fossero estensioni naturali dei loro ambienti.  Mendieta desiderava che queste opere fossero visitabili dai frequentatori del parco, ma la maggior parte delle incisioni sono scomparse e oggi ne rimane solo una testimonianza fotografica.

Oltre a ciò, Mendieta è anche considerata un’artista femminista perché ha spesso lavorato sulla fluidità di genere. In una delle sue prime opere, risalente al 1972, l’artista si è incollata dei baffi sul viso per riflettere sul “maschile” e sul “femminile”. Nello specifico, per creare quest’opera, Mendieta aveva chiesto a un suo amico dell’università di tagliarsi la barba in modo da poterla poi raccoglierle e incollarla meticolosamente sul proprio viso. Le fotografie risultanti possono essere collocate in un filone di opere in cui l’artista ha alterato la percezione del suo corpo, ad esempio schiacciando alcune parti del suo viso contro lastre di vetro o utilizzando trucco e parrucche, giocando col genere e con la fluidità. 


Per concludere, l’obiettivo di Ana Mendieta è stato quello di scuotere le persone e spingerle a connettersi l’una all’altra, in modo da creare legami più autentici e far capire che la terra è la madre suprema di ogni essere. Desiderava, attraverso la sua arte, far percepire alle persone l’indifferenza che spesso si applica alla violenza, al dolore e ai soprusi. Questi discorsi sono molto attuali, nonostante l’artista sia stata attiva cinquant’anni fa. Sono concetti che si applicano tuttora e che possono – e devono – farci riflettere ancora oggi. In altre parole, tramite le sue opere, Mendieta voleva farci sentire legati gli uni agli altri e farci capire che siamo un tutt’uno – e io credo che non abbia fallito. Ana Mendieta continua a ricordarci, oggi più che mai, che l’umanità è un insieme pulsante.

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Elisa Manfrin

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