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Israele, Gaza, Ucraina: quando la guerra si combatte anche sui corpi delle donne

In questi giorni guardo i telegiornali, leggo le notizie online e seguo podcast informativi sulla situazione israelo-palestinese, cercando di dare a tutto questo un senso, anche se so bene che niente ha senso in una guerra. Si combattono e si sono combattute guerre per i territori, per le ricchezze, per le armi, per la religione, per la razza. Nessuna di queste mi è mai sembrata una ragione sufficiente per uccidere un altro essere umano.

Alcune guerre, come quelle medievali o rinascimentali, mi sembrano troppo lontane, cimentate ormai nella storia. La prima e la seconda guerra mondiale sono ormai anch’esse echi lontani, che risuonano nei racconti dei nostri nonni o bisnonni. Riesco a ricordare qualcosa delle guerre di fine anni ’90 o inizio 2000, ma ero ancora troppo piccola per interessarmene e troppo ingenua per preoccuparmene. Ma ora è diverso. Israele, Gaza, Ucraina: queste guerre stanno accadendo ora e solo ora riesco a vedere che non si combatte solo sul campo di battaglia, ma spesso si combatte anche sui corpi delle donne.

Noa Argamani mentre viene portata via dai miliziani di Hamas.

Le immagini delle violenze perpetrate dai miliziani di Hamas contro le donne israeliane ce lo ricordano proprio in questi giorni. Due combattenti in motocicletta rapiscono Noa Argamani, 25 anni e la separano dal fidanzato. Mentre la trascinano via, lei grida: “Non uccidetemi”. Nicole Shani Louk, seminuda e con le gambe spezzate, viene caricata sul pick up degli assalitori che oltraggiano il suo corpo: perché spogliarla se non per umiliarla, per dire che non è una cittadina, è semplicemente una donna, quindi dai, mostraci le gambe. Yaffa Adar è la donna di 85 anni che portano via dal suo villaggio. Queste immagini si ripetono in loop nella mia testa e sui vari account Instagram che seguo per tenermi aggiornata. Sono video che mi fanno inorridire, perché ognuna di queste donne è una figlia, una fidanzata, l’amica di qualcuno.

I combattenti hanno ucciso e portato via anche uomini, bambini e anziani che a malapena riuscivano a reggersi in piedi, ma l’immagine di un militare che carica a forza una donna su una moto o su un furgone, mi fa venire subito in mente quei quadri che raffigurano un uomo che trascina via una donna per i capelli. Mi ricorda quella ferocia che, in guerra, risale da dentro in alcuni uomini, come un veleno che non si è mai spento fino in fondo. Questa è la bestialità umana. Se educati e istruiti, spesso gli uomini se ne dimenticano, ma infine in alcuni torna fuori e si accanisce sulle donne come a voler dire: siamo ancora noi i padroni. Ovviamente non parlo di TUTTI gli uomini, ma questo è quello che ho riscontrato nell’osservazione delle guerre in Ucraina e a Gaza.

In ogni conflitto armato la violenza fisica e sessuale contro le donne fa parte della strategia militare, è un’arma di guerra. Lo scopo è sempre quello di umiliare il nemico, creare cameratismo tra i combattenti e allo stesso tempo creare traumi, divisioni e vergogna tra le persone della comunità oppressa.

La violenza contro le donne è stata considerata per molto tempo uno sfortunato ma inevitabile effetto collaterale delle guerre e lo stupro è la soddisfazione di un bisogno percepito come fisiologico per gli uomini. Sarà solo nel 1949, dopo la Seconda Guerra Mondiale, che la Convenzione di Ginevra prenderà una posizione legislativa, ma il corpo delle donne non è ancora il centro del discorso. Ad essere incriminata, infatti, è “l’offesa al loro onore e, in particolare, contro lo stupro, la coercizione alla prostituzione e qualsiasi offesa al loro pudore”. Parole come onore e pudore rimarranno nei testi delle convenzioni per decenni, senza considerare le vere conseguenze a danno delle donne. Infatti, dopo un evento traumatico come uno stupro, seguono isolamento, depressione, disordini dell’ansia, sindrome da stress post traumatico e anche suicidi. 

Ma i corpi delle donne non smettono di essere violentati dopo essersi salvate dal campo di battaglia. Una volta sfuggite dalla guerra, diventano terreno di violenza di una legislazione che non vuole tutelarne il diritto all’aborto. La Polonia ad esempio, dall’inizio del conflitto in Ucraina, ha accolto quasi 3 milioni di rifugiati, soprattutto bambini e donne. Alcune di queste hanno subito uno stupro e non possono accedere alla pratica.

La legislazione polacca, in materia di diritto all’aborto, è infatti una delle più restrittive d’Europa. La gravidanza avvenuta da uno stupro, infatti, sarebbe teoricamente garantita dalla legge polacca, ma questa porta con sé una impraticabilità per le donne ucraine poiché prima di tutto, l’abuso sessuale deve essere accertato da un magistrato e poi l’aborto deve essere effettuato entro le 12 settimane dal concepimento. Appare evidente che le pratiche e le tempistiche rendano praticamente inapplicabile la legislazione polacca per le donne ucraine rifugiate.

L’unica cosa che mi sento di fare ora è un appello: restituite alle loro famiglie Noa, Yaffa, Nicole Shani e tutti gli altri ostaggi. Fatelo perché loro potrebbero essere le nostre figlie, le nostre madri, le nostre nonne e le nostre sorelle, così come le vostre. Aiutate le donne, non abusatene, non rendetele vittime più di quanto non lo siano già in questa società. Garantite delle leggi sicure per le donne violentate. Finché anche contro una sola donna si userà violenza, noi non saremo mai un’umanità degna di questo nome.

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Selenia Romani

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