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“C’è ancora domani”, il film di Paola Cortellesi e il tema del controllo

(Attenzione! In questo articolo troverete qualche spoiler).


Il film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi ci racconta la storia di Delia, mamma e casalinga, nel contesto della Roma del 1946, a qualche mese dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. È un racconto di violenza fisica e psicologica di genere da cui è impossibile non esserne toccate, che lascia il segno e, altrettanto, offre diversi spunti di riflessione. Per quanto riguarda me, da quando l’ho guardato al cinema settimane fa ad oggi, soprattutto dopo tutti i fatti di cronaca che sono successi, non posso non fare dei collegamenti tra quello che ho visto e quello che ho sentito; in particolar modo, ho pensato molto al tema del controllo nelle relazioni amorose. Ma iniziamo con qualche spoiler.


Il film si apre con uno schiaffo. Delia si sveglia, saluta il marito Ivano, e riceve uno schiaffo. Già da qui si riesce a percepire il contesto nel quale questa donna vive, o meglio, sopravvive, e di quanto questa violenza sia permeata in ogni aspetto della sua vita. Dopo aver preparato la colazione per la sua famiglia ed essersi occupata del suocero, altro personaggio a dir poco deplorevole, esce di casa per svolgere qualche lavoretto e racimolare qualche soldo. Si nota subito che Delia nasconde parte dei suoi guadagni agli occhi del marito, e qui si vede la prima forma di controllo: quella economica. A Delia non è concesso fare ciò che desidera con i suoi guadagni, ma deve dare il suo profitto la sera a Ivano, il quale se ne occuperà senza interpellare l’effettiva proprietaria dei soldi. Non vi risuona niente? In quante relazioni è l’uomo che controlla interamente le finanze, impedendo l’indipendenza economica della compagna? Un uomo che si prende cura dei nostri soldi senza il nostro consenso non è premuroso, ma sta intralciando la nostra emancipazione.


La giornata di Delia procede, frenetica, al mercato. Qui incontra Marisa, sua amica, la quale la invita la sera a preparare della marmellata insieme. Niente di strano, se non che Delia sente la necessità di chiedere il permesso al marito per uscire con l’amica. Il suo cammino procede, e Delia incontra William, un soldato americano che le regala del cioccolato, e Nino, meccanico per cui prova dell’affetto. Nel momento in cui Delia è costretta a raccontare al marito di questi incontri, che sia per chiedere il permesso di uscire con Marisa, o per giustificare il perché abbia con sé del cioccolato (di Nino non parla, ovviamente), in entrambe le occasioni Ivano si arrabbia. E qui siamo davanti a un’altra forma di controllo: quella relazionale. Quante volte ci viene impedito di vedere quell’amica o quell’amico? O quante volte, più inconsapevolmente, si sceglie di dedicare la propria vita al partner smettendo di prendersi cura dei nostri affetti? Dobbiamo smetterla di romanticizzare così tanto la relazione romantica: non è sano relazionarsi con una sola persona e, se questa cerca di distruggere i nostri contatti sociali, non si sta prendendo cura di noi, ma ci sta isolando socialmente.


Delia torna a casa la sera, stanca e infelice. Ma anche speranzosa: all’inizio del film, infatti, riceve una lettera che le trasmette una certa allegria, ma anche preoccupazione, tanto da volerla nascondere agli occhi della famiglia (e qui non vi anticipo di che lettera si tratta). Altra forma di controllo sbloccata: quello della propria vita, di ciò che si fa. Anche qui, si scambiano le continue richieste con la premura: se il mio compagno controlla i miei spostamenti, vuole sapere assiduamente con chi sono e sento la necessità di nascondergli cosa sto facendo, non è riguardo, ma è manipolazione. Se non posso vestirmi in un certo modo, truccarmi come piace a me, prendermi cura di me come voglio io e presentarmi come meglio credo, non si sta prendendo cura di me, ma sta avendo il controllo della mia identità e, di conseguenza, della mia libertà.


Insomma, ogni impedimento, ogni timore, ogni attenzione esagerata, non è amore, ma è mancanza di rispetto della persona. In un momento così delicato come questo, il film di Paola Cortellesi, insomma, ci ricorda una cosa preziosissima: che la libertà non deve essere negoziabile.

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Ilaria Rusconi

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