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Daria

Daria è seduta su una poltrona dal rivestimento sdrucito e non riesce a muoversi. Ha una coperta sulle cosce, è ripiegata in quattro per non farla cadere per terra. Sulle spalle tiene uno scialle di lana che le ricorda quello della nonna. A quadretti, rosso e verde. La stanza è fredda e Daria picchietta con le scarpe sulle assi di legno del parquet per riscaldarsi, picchietta e picchietta, la temperatura si alzerà, pensa.


Ha le mani intorpidite, non sente le dita e le unghie sono diventate viola. Prova a muoverle, non succede niente. Guarda il resto della stanza. È tutto come lo ricorda: il tavolo rettangolare di legno scuro, il lungo centrino che lo riveste, il vaso di porcellana. Qualcuno ha messo dentro dei fiori. Sono dei ranuncoli bianchi, i miei preferiti, pensa. La poltrona è sempre più scomoda, sembra risucchiarla dentro le cuciture, le molle e tutto il resto.

Fuori sta piovendo. Il suono delle gocce che ticchettano sulla ghiaia davanti l’ingresso, sono un metronomo cadenzato che scandisce il tempo. Piove da quando è arrivata lì, lei crede. C’è un orologio sulla parete e le lancette sono ferme sul 12 e sul 3, ma fuori è buio, chissà da quanto tempo è fermo. Tutto quello che si ricorda è il rumore delle gocce sottili sul sentiero attorno la casa. Se smettesse di piovere allora tutto tornerebbe come prima, pensa. Ritornerebbe prima a sentire le mani, poi i piedi, si scrollerebbe di dosso la coperta, poi lo scialle e infine si alzerebbe dalla poltrona. Intanto la pioggia continua a battere e il cielo che sbuca dall’unica finestra della stanza è sempre più nero.

Daria non ricorda come è finita lì. Ha aperto gli occhi e la stanza ha iniziato a comparire in mezzo alla nebbia. Prima i mobili, poi gli oggetti più piccoli, poi il pavimento, poi ogni cosa è stata incorniciata da una carta da parati a fiori, e con tutto anche lei. Lei è un oggetto che abbellisce quella stanza che troppo tempo prima raccoglieva persone, sorrisi e piatti di pasta al sugo condivisi, canzoni alla radio, vento estivo, caldo, che entrava dalla finestra, ora sono il rumore della pioggia e un cielo così nero non lo aveva mai visto. Ricorda solo quello, piccoli dettagli cuciti sulla pelle, gli odori e i sapori sul retro della lingua.

Un suono diverso da quello della pioggia rompe il silenzio. È il trillo di un cellulare. Daria lo trova di fianco, sulla poltrona. Ha appena squillato di nuovo. Ci sono due notifiche e sullo schermo è comparso il nome di Lucia.

Come stai? Ho fatto la spesa, sto arrivando.

Un brivido le corre sulla schiena, ma non è colpa del freddo. Una scossa di sollievo, un sussulto vitale.

Lucia è stata con lei, l’ha portata lì, in quella casa dove avevano condiviso tutta la loro infanzia. Le pareti raccolgono storie delle loro estati da adolescenti, sulla carta da parati le foto di famiglia rendono eterni i loro abbracci, i baci con i genitori, i compleanni e le torte mangiate con gli zii. Fitte sulle tempie le raccontano a tratti cosa è successo, ma sono bagliori nel buio della sua mente, niente di visibile.

Sente un forte sapore di ferro in bocca, è sangue. Si è tagliata, ha le labbra ferite. Poi un altro bagliore e la porta si apre.

Sono qui. Ti ho portato del pane fresco.

Lucia tiene in braccio un sacchetto di carta del panificio. Il rumore della confezione che si stropiccia la fa sentire a casa, l’odore del pane appena sfornato le regala un po’ di calore.

Mangiane un pezzo.

Daria strappa la punta di un filoncino e lo morde. Il sapore di ferro e sangue va via, almeno per un po’.

Rimane con la mascella spalancata, come meravigliata. Lucia la guarda, ha paura, ma si avvicina e la abbraccia.

Le spiegherà cosa è successo la sera prima, una sera di fine estate. L’emozione di un incontro con quell’uomo dal sorriso simpatico, così lo aveva descritto. Si erano preparate insieme, una accanto all’altra di fronte allo specchio. Daria con un rossetto rosso, Lucia la guardava affaccendarsi mentre si sforzava a non uscire dal contorno delle labbra. L’aveva accompagnata in macchina e le aveva dato un bacio sulla guancia.

Scrivimi appena arriva e appena finisci, scrivimi sempre.

Lucia aveva aspettato il messaggio di sua sorella tutta la notte. Poi era andata a cercarla.

L’aveva trovata poco distante dal posto dove si erano salutate. Era seduta su una panchina, da sola. Aveva le braccia strette in un abbraccio e si teneva al caldo. Non aveva la giacca, era rimasta con un top e aveva le calze a rete strappate.


Lucia l’aveva presa in braccio con tutta la forza che aveva in corpo e aveva iniziato a farle domande. Ma Daria non riusciva a parlare. Non piangeva, non gridava, non tremava. Lucia la guardava dallo specchietto mentre guidava e sperava non si accorgesse che era lei quella a piangere.

Ti porto a casa vecchia, in montagna.

La guardava rannicchiata, distesa sul sedile posteriore. Era una bambina, era tornata una bambina.

Il primo pensiero è stato quello di guidare fino alla vecchia casa in montagna, le è venuto naturale mentre la guardava in quella posizione. Non tornavano insieme in quel posto da tanto tempo, e le sembrava assurdo ritornare in quell’occasione. Aveva preso Daria a braccetto e l’aveva fatta sedere sulla poltrona, quella vecchia del nonno, quasi ne sentiva l’odore di pino silvestre. Aveva raccolto un ranuncolo dall’aiuola della nonna e l’aveva infilato dentro un vaso.

Così sei proprio a casa.

Mentre Daria mangia il pezzo di pane Lucia pensa di non essere in grado di aiutarla. Riesce solo a starle accanto, e riscaldarla con il suo abbraccio.

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Sara Noto Millefiori

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