Traiettorie femminili e dinamiche di genere in Macbeth

In un giorno bello e brutto un uomo nobile e valoroso, generale dell’esercito scozzese, incrocia il cammino di tre streghe che gli annunciano la sua imminente ascesa nella gerarchia sociale e il suo futuro incoronamento a re di Scozia. Questa profezia innesca da subito dei pensieri contrastanti nel generale: combattuto ed esitante ma agognante il potere, inizia ad agire, incoraggiato dalla moglie, perché la profezia si avveri, commettendo delitti atroci ed eliminando ogni potenziale ostacolo al mantenimento del potere conquistato.

Questa, sommariamente, la trama di Macbeth, uno dei drammi più celebri di Shakespeare, pregno dei temi che da sempre ci affascinano come lettori e spettatori: la natura umana, il fato, la divinità, il libero arbitrio; il tutto pervaso dal ritornello del doppio, che in Macbeth non è sdoppiamento che crea due concetti o entità uguali, ma un doppio ossimorico, di contrapposizione di due princìpi estremi e contrastanti: il bello e il brutto, il bene e il male, la luce e l’oscurità e così via, ai quali sono automaticamente assegnate connotazioni positive e negative o morali e immorali che concorrono all’interpretazione allegorica della tragedia.

In Macbeth, però, Shakespeare si tiene alla larga da questa necessità critica di dettare cosa è buono e cosa no, cosa corrisponde all’uno o all’altro. La sua intenzione è, piuttosto, rovesciare questa tendenza, mostrando che concetti all’opposto come il bello e il brutto si invertono e sovrappongono, e “Bello è brutto, e brutto e bello” (I, i, 9). Non tanto perché è interessato a provare che le apparenze ingannano (cosa che pure ha rilevanza nell’opera), quanto forse perché ritiene che tali princìpi possano e siano spesso intercambiabili, e mai completamente estranei l’uno all’altro: e così Macbeth, un uomo onesto e leale dai solidi princìpi morali, diviene il tiranno disposto a tutto pur di detenere la sua supremazia.

Secondo recenti interpretazioni, il tema del doppio non si fermerebbe a questo ma anche alle dinamiche di genere che coinvolgono il protagonista e sua moglie, Lady Macbeth, in un sovvertimento dei ruoli di uomo e donna tradizionalmente imposti dalle società patriarcali. Lady Macbeth rappresenta l’ennesimo esempio di un personaggio femminile inquadrato in un sempiterno stereotipo che fallisce nel comprendere la sua complessità, dimostrando talvolta la superficialità della critica letteraria quando si tratta di analizzare a fondo personaggi femminili. La prima scena in cui appare la vede leggere la lettera che le arriva da Macbeth, riferendole della profezia; prima di questo momento, non ci è dato di sapere nulla di lei. Probabilmente questo è voluto: noi non siamo effettivamente tenuti a sapere chi è, perché non è con lei che dobbiamo immedesimarci. Il personaggio di Lady Macbeth è costruito per essere deplorato, prima, commiserato, poi, in una parabola universale femminile perfettamente azzeccata – non è costruito perché ci si riconosca in lei. È in Macbeth che ci identifichiamo: il brav’uomo che cede, disfatto, alla tentazione. Lady Macbeth, al contrario, è parte della tentazione, come la Eva del giardino dell’Eden, richiamata nelle parole che rivolge al marito “Mostrati / come il fiore innocente, ma sii il serpe / lì sotto.” (I, v, 63-64). È necessario, tuttavia, precisare che Shakespeare prende le distanze dal giudicare i suoi personaggi e si limita a mostrare i fatti così come si svolgono: tutto quello che si riferisce alle interpretazioni riguardanti il personaggio di Lady Macbeth è frutto delle analisi da parte della critica.

Archetipi e natura in Lady Macbeth

Lady Macbeth viene descritta come l’emblema della donna amorale, spietata, assetata di potere, una donna senza scrupoli che sprona un marito titubante a compiere azioni atroci per realizzare la sua ascesa al trono di Scozia.

Un’immagine, questa, che contrasta con l’archetipo della donna virtuosa e gentile tipica dell’epoca medievale in cui Macbeth è ambientato. Questa immagine, sebbene predominante, riguarda in particolare i primi tre atti del dramma. In seguito, proprio mentre in Macbeth crescono l’ambizione e la corruzione e diminuiscono le remore, Lady Macbeth inizia ad accusare i colpi delle violenze commesse: il senso di colpa l’attanaglia al punto che inizia a soffrire di sonnambulismo, tormentata da terribili allucinazioni, concludendo il suo delirio con il suicidio. In questo contesto, Lady Macbeth passa dall’essere il simbolo dell’empietà femminile al rappresentare la follia tipicamente femminile, l’isteria.
Più che essere imputato a Macbeth, l’aggettivo di machiavellico così come concepito nel secolo XVI può perfettamente essere attribuito a Lady Macbeth, la quale rimprovera da subito al marito la mancanza di malizia e la troppa benevolenza come ostacoli al compimento del destino che gli è stato predetto, e decide quindi di adoperarsi per incitarlo.

[…] Venite, spiriti
addetti ai pensieri di morte, strappatemi questo mio sesso, riempitemi dal cranio ai piedi, della ferocia più cruda. Fatelo denso, il mio sangue, sbarrate la porta e il passo al rimorso, che nessuna compunta
visita della natura faccia tremare il mio impegno feroce, o si metta tra di esso e la sua attuazione. Venite ai miei seni di donna e mutate il latte in fiele, agenti di morte che ovunque servite, invisibili, la natura malvagia. […] (I, v, 39-48)

In questa scena si fa riferimento all’archetipo femminile menzionato poco fa. Lady Macbeth invoca gli spiriti come una strega, perché le forniscano la malvagità e l’insensibilità necessarie: chiede che questi le strappino via il suo sesso e la sua natura – entrambi, inteso, di donna. È implicito che questa natura di cui intende liberarsi è la natura femminile, ritenuta tradizionalmente magnanima e delicata, e che quindi mal si concilia con la spietatezza necessaria per commettere un delitto. Natura in contrasto con quella che manca in Macbeth e che invece dovrebbe possedere: la ‘manhood’, la tempra forte e decisa che tradizionalmente appartiene agli uomini, e che è contrapposta solo alla viltà e alla paura, debolezze imperdonabili per un uomo. Appare chiaro quando lo accusa di venire “unmanned” (castrato) dalla pazzia (III, iv, 73), dopo che Macbeth vede il fantasma del suo amico Banquo, da lui ucciso. Lady Macbeth è quindi perfettamente consapevole delle dinamiche di genere preesistenti nel contesto in cui vivono, ed è anche consapevole che lei può solo agire versando nell’orecchio di Macbeth i suoi demoni (I, v, 24); l’azione spetta al marito, non a lei.

L’altra immagine presente nei versi sopra riportati è quella della madre. Macbeth è costellato di riferimenti alla maternità e di termini appartenenti al suo campo semantico: seni, latte, bambino, infanzia, grembo; la profezia, inoltre, annuncia a Macbeth che nessun “nato di donna” potrà mai ucciderlo (IV, i, 79). Disposta a lasciare che il suo latte materno venga tramutato in fiele, Lady Macbeth si configura come il ritratto di una madre mostruosa, anticipando l’infanticidio immaginario due scene più avanti.

[…] Io ho allattato, e conosco com’è tenero amare il bimbo che mi succhia. Ma mentre mi guardava sorridente avrei strappato il capezzolo dalle gengive nude e avrei fatto schizzare quel cervello se l’avessi giurato, come tu hai giurato. (I, vii, 54-57)

In questa scena, che ricorda vagamente la vicenda di Medea, Lady Macbeth sta rimproverando al marito mancanza di integrità, e nel frattempo si configura come l’anti-madre per eccellenza, disposta a uccidere il proprio bambino pur di provare la sua risolutezza. Non c’è altra menzione di un suo possibile figlio o di un erede di Macbeth in tutto il resto del dramma, e se Lady Macbeth sia effettivamente stata madre rimane un punto interrogativo. Tuttavia, ella qui rinnega ancora una volta quello che dovrebbe presumibilmente considerare uno degli aspetti più intimi e propri della sua ‘natura’. Così, i concetti di uomo e donna vengono ribaltati: Macbeth, incerto e timoroso, assume caratteristiche tradizionalmente femminili; Lady Macbeth, implacabile e determinata, assume caratteristiche tradizionalmente maschili. Di conseguenza, al pari del bene e del male, del bello e del brutto, questi concetti si svuotano di significato, e quello che rimane è il dilemma della natura umana.

L’uscita di scena

Anti-madre e anti-donna, quindi, Lady Macbeth si distacca da tutti i tratti caratteristicamente attribuiti al suo genere, sovvertendo le dinamiche abituali. Forse l’unico momento in cui ci appare meno aliena, ma non meno enigmatica, è proprio l’ultima scena in cui è concretamente presente e che la vede sonnambula. Macbeth, nel frattempo, è diventato un tiranno disprezzato da tutti, rifiuta la paura e la codardia (come sua moglie lo ha incoraggiato a fare) e continua a sopprimere tutti coloro che minacciano il suo potere, prima di barricarsi nella sua fortezza. Nella prima scena dell’ultimo atto, un medico e una dama di compagnia osservano Lady Macbeth in quella che sembra essere diventata una routine, un “gran turbamento nella natura” secondo le parole del medico (V, i, 9): ogni notte si sveglia, si toglie la vestaglia, scrive su un foglio, lo sigilla. Le mani le appaiono insanguinante e le strofina insistentemente, mentre rassicura Macbeth che Banquo è ormai morto e che il fatto è fatto.

La pazzia è ricorrente nei drammi di Shakespeare, da Amleto a King Lear, ma qui non ha lo stesso valore.
L’aggettivo ‘mad’ viene riferito a Macbeth solo una volta e in modo molto vago (V, ii, 14: “qualcuno dice che è pazzo”) ma, per il resto, non si fa menzione di pazzia. Macbeth è indeciso, ma consapevole, e Lady Macbeth è estremamente lucida, calcolatrice, il che rende il suo delirio ancora più inatteso. Forse questo è voluto: è quasi come se Shakespeare volesse mettere in chiaro che qui la follia non c’entra nulla, è tutto frutto del loro arbitrio – o del fato. Comunque sia, Lady Macbeth si ricongiunge finalmente con un tratto femminile molto più familiare: isterica, vaneggiante e oppressa. È tormentata dal senso di colpa: il suo lato più umano esce allo scoperto solo alla fine, ed è significativo che lei non sia nemmeno cosciente quando succede. A parte questa scena, fra questo atto e il precedente essa sembra quasi svanire dal dramma: la perdiamo di vista, nemmeno il suo suicidio viene mai messo in scena ma solo menzionato negli ultimi versi del dramma, a testimonianza dell’emarginazione del personaggio. La sua morte non è compianta da nessuno, neanche da Macbeth, che liquida la notizia con un “sarebbe dovuta morire prima o poi” (V, v, 17), riferendosi presumibilmente alla realtà che tutti dobbiamo morire, un giorno o l’altro.

Se Macbeth conquista e affascina per il suo tormento, suscita dubbi ed emozioni contrastanti; se di Macbeth non si mette mai in dubbio l’etica morale o l’umanità, ma si assiste indulgenti alla spirale di perversità in cui viene trascinato (dal fato, dalla tentazione, dalla moglie), in un eterno dilemma che ci mette in condizione di dubitare della nostra stessa fermezza morale – non si può dire lo stesso di Lady Macbeth.

All’inizio del dramma Macbeth viene lodato per aver abbattuto dei nemici in battaglia: questo ci dà l’idea del contesto in cui la tragedia è ambientata, un contesto in cui predomina il culto di un potere di natura patriarcale ottenibile attraverso una sopraffazione violenta di stampo maschile. Per aver ucciso, a Macbeth spetta un titolo più alto. Ed essendo la violenza maschile, Lady Macbeth non può prendervi parte. Lei ne è cosciente. Di conseguenza, tutto quello che può fare è adattarsi al sistema in cui vive, un sistema in cui brutalità e prevaricazione sono mezzi legittimi per conquistare il potere e ascendere nella gerarchia sociale. Lady Macbeth non è motivata dal desiderio di diventare regina: è motivata dal desiderio di Macbeth di diventare re. Con la devozione che ci si aspetterebbe da una moglie, sostiene il marito nella sua scalata sociale, e quando il suo compito è finito esce progressivamente fuori scena. Essendo incosciente ogni qual volta il suo senso di colpa viene a galla, non le è concesso neanche un pentimento vero e proprio, e di conseguenza non le è concessa assoluzione.

Il fulcro della questione non è se Lady Macbeth sia, in fondo, innocente o meno. Come lettori e spettatori siamo tenuti ad apprezzare la varietà e la verità dei personaggi, che ci siano affini o avversi. È anzi incredibilmente difficile trovare un personaggio femminile la cui cattiveria non sia causata da altro che da un desiderio di vendetta, da risentimento verso l’uomo che l’ha lasciata o rancore verso donne più giovani, o che non sia filtrata attraverso un male gaze che la vuole sì cattiva, ma soprattutto sexy. Insomma, che Lady Macbeth sia uno strumento del destino, o che sia effettivamente una donna malvagia, o ancora che venga costretta dal contesto in cui si trova a rendersi tale passa in secondo piano quando ci si rende conto che rimane comunque un personaggio che per secoli ha funto da capro espiatorio per la critica, la quale ha rivisto in lei la ragione che dà modo alla violenza di scatenarsi nel dramma. Ma la verità, come sostiene giustamente la studiosa Joan Larsen Klein, è che la violenza fantasticata da Lady Macbeth rimane sostanzialmente incompiuta: rimane, appunto, una fantasia. È Macbeth che mette mano al coltello, perché, come già discusso, è a lui che spetta.

Se Shakespeare si astiene dal dare un giudizio morale ai suoi personaggi, ed è la critica che tramanda le interpretazioni, si rende ancora una volta necessario un lavoro di approfondimento che faccia sì che gli stereotipi vengano dimenticati e che si faccia giustizia al personaggio studiandolo nella sua complessità. Se lo si riduce a un piatto cliché, sarà tutto quello che ne rimarrà.

Daniela Carrelli

Fonti:
William Shakespeare, Macbeth, Milano: Garzanti, 2016.

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