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Una nuova storia

Chi scrive si ribella, le aveva scritto un giorno sua madre su un post-it appiccicato al frigorifero. Ogni volta che versava il latte dentro la tazza della colazione alzava lo sguardo e leggeva quella frase, fin dalla scuola elementare. Il post-it era rimasto incollato per tutti gli anni dopo, si era sbiadita la scritta e lei aveva ricalcato con un pennarello viola i contorni. Aveva imparato a scrivere con la stessa calligrafia di sua madre, e quello era l’unico ricordo che rimaneva di lei. Le esse arricciate, le a con la gambetta all’insù, la b gonfia.

Quasi come un’eredità misteriosa quella frase le si era insinuata dentro. Ne sentiva il sapore, vivace e piccante. Ne avvertiva la forma e la superficie, ruvida e tagliente. Aveva iniziato a scrivere sui fogli di giornale, sulle agende telefoniche, sui diari vecchi e già usati. Scriveva di mondi nuovi, di terre disabitate e di persone mai conosciute. Sentiva la loro voce riecheggiare tra le pagine di carta. Voci di bambini, di donne alla finestra, di ragazzi attorno al falò.


Appena girava la pagina aveva la necessità di continuare a dare spazio a quelle voci, e così continuava, per ore, fino al tramonto. Poi le salutava per un po’, chiudeva lo scrigno dentro cui le aveva incastrate e guardava il cielo che si faceva più scuro. Salutava sua madre così, ogni giorno. Le augurava la buonanotte guardando dalla finestra della mansarda. Le sue storie le custodiva sul comodino, e le percepiva vicine accanto a lei durante il sonno.

Sono passati quindici anni e ha smesso di scrivere. Non si ricorda quando è cominciato, è stato un processo lento e impercettibile. Ha cambiato casa, adesso. Le stelle di notte non le riesce a vedere perché le insegne della città fanno sempre luce, mattina e sera. Dorme accanto a degli scatoloni del trasloco. Su alcuni c’è scritto Vestiti, su altri Libri e su altri ancora Stoviglie. Non li ha ancora svuotati perché ha paura di tirare fuori oggetti che non vuole rivedere.


Sui mobili è depositata una patina sottile di polvere grigia. Trascorre poco tempo in quella casa, se sta là dentro è costretta a pensare, e allora esce e va in ufficio, torna più tardi che può, passeggia da sola, conosce nuova gente, frequenta nuovi posti. Poi cambia di nuovo, cambia quartiere, cambia amici, cambia posti dove andare a cena. È sempre un nuovo inizio, e i nuovi inizi le piacciono. Corre, non sta ferma.

Oggi è seduta su una panchina dietro un lampione della luce spento. Ha una sigaretta in mano e il fumo le appanna la vista. Si sente così, appannata. Quando soffia la nuvola di fumo si allontana, poi ritorna, poi compare. È come aprire e chiudere gli occhi. Un uomo porta a passeggio un barboncino, lo guarda e le ricorda uno dei peluche con cui giocava da bambina. Fa un altro tiro. L’odore di polvere della pelliccia bianca e arruffata le fa prudere il naso e le viene da starnutire. L’ammorbidente alla rosa, l’odore delle chewing-gum appiccicate ai capelli delle bambole.

Altro tiro. Le luci delle case degli altri sono sempre accese. Le luci calde delle cucine, rassicuranti, che richiamano la famiglia. Guarda le sagome che si muovono dietro le tende. Dà loro una voce. Parlano di torte al limone, di vestiti da lavare, una partenza, nuovi ospiti. Ci sono due bambini che giocano con le molliche di pane, le lanciano e ridono forte. Si crede un ladro che sbircia nell’intimità di quella famiglia, ma non prova senso di colpa.

Per raccontare devi saper osservare.  Lo ripete a voce bassa con le sillabe ben scandite come faceva sua madre. L’odore di basilico che appassisce al sole, e sua madre che annaffia le piante con il grembiule a quadretti rossi.


Per raccontare devi saper osservare. Accogliere. Accettare.

Ultimo tiro. L’odore dei pennarelli, della vernice fresca, delle matite appena temperate. Il suono della punta di grafite che incide il foglio bianco. Il tempo che scorre lento, scandito dalla goccia d’acqua che scende da un rubinetto arrugginito. Le pagine gialle di una vecchia agenda telefonica che vengono sfogliate da un vento caldo. E poi una voce, mille voci.

Un respiro profondo, spegne la sigaretta, si alza e guarda il cielo.

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Sara Noto Millefiori

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