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Tutta colpa mia

Una riflessione sul consenso


Il consenso “deve essere dato volontariamente, quale libera manifestazione della volontà della persona, e deve essere valutato tenendo conto della situazione e del contesto“. (Convenzione di Istanbul, 2011, articolo 36, paragrafo 2).

Il consenso, questo grande sconosciuto che aleggia in una cupa zona grigia. Di consenso se ne parla ancora poco.

consènso s. m. [dal lat. consensus -us, der. di consentire «consentire»]. – 1. a. Conformità di voleri: agire di consenso, d’accordo. 

Parliamo di casi come lo stupro di Palermo e della vittima che viene intervistata durante la trasmissione della Rai Avanti Popolo. Trasmissione che ha costruito una messinscena di campanelli d’allarme. Campanelli quali le parole dei ragazzi non solo sul gruppo Whatsapp, ma anche sulle piattaforme social quali Tik Tok. Campanelli quali il dibattito che segue l’intervista, durante il quale si sentono una cacofonia di voci opposte. E una scarsa sensibilità da parte della conduttrice.

Pare che non ci sia nemmeno consapevolezza da parte dei giornalisti del potere che hanno i social e allora si arriva a chiedere alla vittima quale era il rapporto con il padre, a ripercorrere la sua biografia, chiederle cosa cercava in un uomo e costruire una cartografia dei messaggi di odio ricevuti da lei in rete. Una pornografia del dolore per la quale la conduttrice non si è nemmeno scusata anzi, ha rinfacciato alle donne di odiare le donne (in uno dei suoi ultimi post su Instagram si ritiene stupita dal maschilismo latente delle femministe).

Le mostra in televisione una Palermo che continua a giudicare male una ragazza vittima di uno stupro di gruppo. Che commenta il suo vissuto, le sue foto sui social, il suo atteggiamento e le sue scelte. Si ripercorre il percorso di una ragazza di 19 anni con un velato giudizio. Quando un reato simile non dovrebbe essere affrontato con un giudizio morale nei confronti di una vittima (nessun reato d’altronde lo dovrebbe essere).

Eppure notizie di questo genere, di violenze sessuali, se ne continuano a sentire. Si accavallano l’una sull’altra e tendiamo anche a dimenticarcene. Per un po’ non ho più sentito parlare degli stupratori di Palermo, così come è accaduto per molti altri casi, una grande risonanza iniziale e poi si finisce nel dimenticatoio.

E ci dimentichiamo (forse soprattutto noi delle generazioni più giovani) che per quanto sui social pare che il mondo sia diventato almeno un po’ un posto migliore invece ancora la maggior parte dell’Italia si affida alle trasmissioni della Rai come mezzo d’informazione e dibattito. Ci dimentichiamo che il potere della televisione è ancora grandissimo e proprio per questo una conduttrice non dovrebbe costruire uno spettacolo manipolatorio che ha contribuito a consolidare un’immaginario dove la vittima in qualche modo è ancora colpevole.

Raccontare è giusto, la ragazza ha scelto coraggiosamente di mostrare il suo volto, ma raccontare un fatto così delicato non dovrebbe comprendere l’esagerata insistenza su particolari che nulla vanno ad aggiungere ad un racconto di una violenza sessuale.

La vittima si mostra, eppure i cittadini di Palermo fatti passare sullo schermo sono a volto coperto. Censurati. A cosa serve se non a forzare delle reazioni emotive? E a coloro che ribadiscono che è stata la vittima a scegliere di presentarsi in televisione dico che i giornalisti devono attenersi ad un codice deontologico e non strumentalizzare una ragazza di 19 anni senza alcuna protezione familiare e sociale.

Invece si è scelto di mettere una ragazza al centro della gogna leggendole i messaggi degli stupratori e dei cittadini che le puntano il dito. E tutto questo alza il velo di una mentalità ancora molto maschilista che innesca il processo di victim blaming.

Riduciamo le colpe individuali addossando commenti quali:

Sono giovani, son ragazzi

Se l’è cercata

Cosa sarà mai

Ma com’era vestita?

Ti agiti per nulla

Ma anche tu, ti ubriachi insieme a cinque uomini?

La vittima arriva a colpevolizzarsi di un reato commesso nei suoi confronti. Ma non stiamo parlando dei ladri che mi hanno rubato la macchina perché ho lasciato le chiavi nel cruscotto. Parliamo della matrice per cui definiamo una donna dal suo atteggiamento e abbigliamento. Che la rendiamo oggetto. Che è la stessa matrice che riunisce sotto lo stesso ombrello cat-calling, molestie e violenze sessuali. Non la considero una cosa sbagliata perché determino quella persona in base a come si veste, che foto posta, se ha un atteggiamento ammiccante.

Da tanti casi di stupro emerge questo: te lo sei meritato.

L’idea è che qualcuno si meriti il cat-calling o le violenze. Ma dall’essere fischiata per strada ad essere molestata il passo è davvero più breve di quel che si pensi. Il pensiero che una donna si meriti un certo tipo di trattamento in base a come si comporta o come si presenta non dovrebbe nemmeno esistere (Aurora Ramazzotti ha parlato a tal proposito nella recente puntata di Belve).

Ma ricordiamoci una cosa importante: qualsiasi sia la condizione nella quale ci troviamo il consenso è sempre revocabile.

Pare troppo insegnare ai bambini a riconoscere il consenso fin da piccoli? Eppure un’educazione al consenso permetterebbe anche di poterne parlare prima che accada, di muoversi prima che situazioni peggiori accadano o perlomeno educate your son permetterebbe agli uomini di cominciare a riconoscere che davanti hanno una persona, non un pezzo di carne. Dura dover ricordare che #iononsonocarne.

Quello di Asia, la ragazza di Palermo, è solo uno tra i tanti racconti che fanno capire come alla base ci sia una totale confusione su cosa significhi consenso e come sia facile addurvi la scusa eh, ma gli uomini seguono i loro istinti. Sento la voce di mia madre che mi ripete Ma se gli altri si buttano da un ponte, ti butti anche tu?

Il caso di Alberto Genovese, per esempio, che apre le porte ad un mondo di violenze su ragazze giovanissime. La normalità. Nonostante le denunce, le ragazze vengono infangate e infamate. Parliamo di un uomo che non era solo un imprenditore, c’era anche una realtà parallela fatta di droghe e violenze sessuali. Come dice Stefania Andreoli in una puntata di Non è l’Arena, il victim blaming è il tentativo di semplificare le cose complesse, di deresponsabilizzarsi, far passare che la vittima ha in qualche modo partecipato a ciò che gli succede. Una ridistribuzione della responsabilità mi fa sentire meno responsabile. Non si tratta solamente di avere un rapporto sessuale con una ragazza, ciò che veniva cercato era un rapporto con un altro remissivo, senza reazioni.

E poi le classiche associazioni: “siccome ti droghi, te lo meriti”.

Altro caso che mi piacerebbe accennare è quello successo a Roberycc (influencer e content creator) durante una festa. Lanciandosi sul pubblico questo si la prende al volo ma i ragazzi presenti colgono l’occasione per palpare il fondoschiena della ragazza in maniera violenta ed insistente. Sentono una certa legittimazione nel farlo, è stato un episodio molto evidente e per nulla blando.

Tanti ragazzi hanno palpeggiato la ragazza in maniera violenta ed insistente. Per nulla blande queste toccate, è stato un episodio molto evidente.

E si richiude il cerchio: lei se l’è cercata. Lei stessa si è sentita come se se la fosse andata a cercare. “Avrei potuto evitare”. Quando in realtà il concetto di consenso dovrebbe essere ben chiaro nella testa di tutti visto che è ciò che disciplina il mondo. Occhio che a fare così si va a ridurre la colpa individuale.

Consenso è sempre una parola circondata dal grigio, da zone d’ombra, dai dubbi. Sicuramente gli stereotipi che hanno semplificato la realtà in tutti questi anni hanno prodotto un forte binarismo uomo-donna delineandone ruoli precisi.

Ma adesso una seria e corretta educazione al consenso deve essere fatta, perché se la cultura dello stupro continua a rinforzare questa credenza per la quale la violenza sessuale sia un fatto della vita (come la nascita o la morte) non ne usciremo mai.

Di notte, più del canto dei grilli,

mi impressiona il silenzio di milioni

 di formiche che ascoltano.

(Tudor Vasiliu)

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Erica Nunziata

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