COSA PORTA ALLA VIOLENZA

“L’uomo violento non è malato ma è il figlio sano del patriarcato”: è questo il motto che sentiamo spesso urlare da tutte e tutti nei cortei che non una di meno organizza.
Se ci pensiamo bene è vero, chi fa violenza non ha nessuna malattia mentale o di altro tipo. È solo una persona che è stata educata a non esprimere le proprie emozioni se non quella della rabbia la quale, però, deve essere espressa in modo violento.
Non va bene se l’aggressività viene incanalata in modo “pacifico” (ricordiamo che anche la rabbia è un’emozione che deve essere espressa) ma va bene se sfogata urlando o alzando le mani.

Ma da cosa e perché nasce questa rabbia così violenta? Dal vivere in una famiglia che non ha permesso l’espressione delle emozioni. Non ha, detto con parole tecniche, accolto, elaborato e trasformato l’emozione che il bambino stava cercando di esprimere ai cargiver di riferimento.
Accogliere sta a significare proprio l’assenza di ascolto, elaborare e trasformare invece sono concetti che esprimono che il compito del genitore di trasformare l’emozione, soprattutto se negativa, in qualcosa di buono ed efficace dando al bambin* la capacità di gestirla e successivamente di autogestirsi.
Anche perché viviamo in una società maschilista e sessista che vede, alla base della violenza, pregiudizi e stereotipi di genere; la donna è vista come donna-oggetto, di proprietà dell’uomo.
Altra causa del comportamento violento, infatti, è quello di aver vissuto in una famiglia violenta in cui il bambin* è stat* una vittima diretta o indiretta dell’aggressività genitoriale . Ovviamente, come ben si sa, un modello di apprendimento del soggetto è proprio quello dell’imitazione che ci porta ad assorbire e a fare nostri ogni tipo di comportamento e azione che osserviamo quotidianamente.

Ma ritornando alle emozioni… La loro non presa in considerazione, il non aver dato loro la possibilità di essere espresse, porta come conseguenza quella di non essere in grado di esprimerle correttamente o di annullarle totalmente in quanto, appunto, non conosciute.
Capiamo bene come, alla base di tutto ciò, ritroviamo, con un ruolo importante, al tipo di attaccamento, ovvero dal tipo di legame, che si instaura tra bambin* e cargiver primari nell’infanzia.
L’attaccamento che si è sviluppato si ripresenta, successivamente, durante l’adolescenza nelle relazioni tra pari e in età adulta nelle relazioni di coppia. In quest’ultimo caso sarà il partner a diventare la nuova figura di riferimento con cui si vengono ad instaurare nuovi legami affettivi.
Nei casi di violenza, la persona che la commette, ripresenta il suo modello di attaccamento insicuro-dipendente / preoccupato.

Il tipo di attaccamento enunciato in precedenza lo ritroviamo nelle personalità narcisistiche, tipiche di chi mette in atto violenza. Sono persone che non riescono a restare da sole, hanno bisogno di essere amati ed è per questo che non tollerano gli abbandoni e nemmeno le critiche che vivono come umiliazioni.
Si parla di ‘solitudine emozionale’, ovvero di privazione di un legame affettivo/amoroso e di uno stato affettivo di rabbia , detta ‘rabbia della disperazione’. E’ un tipo di rabbia che viene provata nei confronti di chi ci ha abbandonati, anche solo affettivamente, e che non viene accettato ed elaborato. Quest’ emozione si presenta spesso con quella di ostilità provocando nel soggetto frustrazione che, in quanto è causata da un’aggressività, rabbia non elaborata, si manifesta con comportamenti di violenza.

Fonagy, psicologo il quale si dedicò alla tematica delle relazioni e dell’attaccamento, disse che “ LA VIOLENZA SULLA DONNA E’ CAUSATA DA UN COMPORTAMENTO IMPULSIVO DELL’AGGRESSORE CHE HA UNA DIFFICOLTA’ NEL RAPPRESENTARE IN MODO COERENTE I PROPRI STATI EMOTIVI. Temendo, così, l’abbandono, ricorrono a strategie pre-mentali fisiche, avendo alla base l’acting-out, cioè l’azione”. C’è anche da dire che non necessariamente si agisce con la violenza fisica; c’è anhe un comportamento di controllo sull’altro o di una forte gelosia opprimente con un comportamento manipolatorio che ha come obiettivo il non essere abbandonati dal/dalla partner.

Possiamo quindi concludere dicendo di quanto sia fondamentale l’educazione affettiva, concentrandoci sulle emozioni. Fondamentale è in particolar modo imparare a riconoscerle, a dare loro un nome ed esprimerle in modo corretto dando ad ognuna la sua importanza. Fare questo percorso sarà importante anche per imparare a riconoscere e ad accettare le emozioni altrui, empatizzando con esse, imparando, di conseguenza, ad accettare gli abbandoni.

Alessandra Quarto

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