Odiare fa male, smetti subito

L’hate speech è una delle tante, ennesime forme di linguaggio che può causare conseguenze incredibilmente impattanti nella vita reale. Ma cos’è l’hate speech? E in Italia quanto è diffuso?

Cos’è l’hate speech

L’hate speech si può identificare come un discorso diretto a un gruppo o a una specifica persona facilmente individuabile o a gruppi di invidi caratterizzati da attributi e caratteristiche che sono in realtà irrilevanti ma che vengono utilizzate per insultare e prendere di mira il soggetto, stigmatizzando il gruppo o l’individuo preso di mira. E questa tendenza si è diffusa maggiormente sui social network che sono delle vere e proprie fabbriche inarrestabili di disprezzo, odio e offese. E non sempre la mano invisibile di Mark Zuckerberg riesce ad arrivare ai leoni da tastiera per fermarlə.

E in Italia? Chi viene odiato?

In Italia, una categoria frequentemente colpita da insulti e odio sui social è quella delle donne. Secondo una ricerca di Amnesty International Italia, Il Barometro dell’odio – sessismo da tastiera, le donne, proprio perché tali, ricevono più attacchi rispetto agli uomini e un terzo di questi attacchi ha natura sessista. Lo studio, che ha concentrato le sue attenzioni sull’odio di genere sulle piattaforme social, ha analizzato più di 42.000 contenuti pubblicati tra novembre e dicembre del 2019, tra post su Facebook e Twitter, evidenziando come il 14% dei post sia offensivo o discriminatorio, percentuale che sale al 29% quando si tocca il tema “donne e diritti di genere”, quasi uno su tre.

Ma se questi dati potrebbero sembrarci normali – ma comunque non accettabili – ci che fa veramente riflettere è l’incidenza dell’hate speech in determinate giornte: si è registrato un picco dei commenti d’odio su Twitter in concomitanza con il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, dinamica che si ripete anche quando avviene un femminicidio.

Il trend trova un riscontro anche nella ricerca pubblicata da Vox – Osservatorio italiano sui diritti, che ha analizzato circa un aumento dei tweet contenenti manifestazioni di odio contro le donne quando l’8 aprile 2018 si sono verificati due femminicidi; stesso andamento inquietante il 6 maggio 2018, con oltre 1300 tweet. Secondo le persone che hanno lavorato a questa ricerca, si potrebbe provare a ipotizzare una causa a questo comportamento: le persone si sentono autorizzate e legittimate dal verificarsi di questi atti, reputandosi giustificati a odiare le donne in quanto tali.

Gli effetti passivi dell’hate speech

Ma l’hate speech non ha un impatto terribile e diretto sulle persone a cui è rivolto. Indirettamente, a livello passivo, anche chi si trova per caso a leggere insulti e offese ne viene influenzato. Ad esempio, uno studio condotto dallo psicologo Jay Greenberg e dal collega Tom Pyszczynski ha evidenziato come ascoltare un soggetto insultare un afroamericano con la n-word potrebbe comportare un giudizio negativo nei confronti dell’individuo.

Una ricerca più recente ha analizzato come un individuo eterosessuale che passivamente è esposto a discorsi omofobi, tende a deumanizzare le persone omosessuali e aumenta la distanza fisica nel momento dell’interazione con una persona omosessuale.

Cosa possiamo fare

L’hate speech è sulla bacheca di ciascuno di noi: è nel commento a un articolo, è nel messaggio di un nostro amico, è nella “battuta” che non dovrebbe far ridere più nessuno. In questo caso, non sempre il dialogo pu essere la soluzione: nessunə ci obbliga ad ascoltare questi discorsi, né a
prenderne parte. In alcuni casi, potrebbe essere più utile non dare adito a queste persone, sottrarsi al loro odio indiretto, proseguendo per la propria strada – e magari eliminandoli dalla propria lista di amicə, che non fa mai male.

Nei casi più gravi? Fortunatamente, le soluzioni ci sono: la campagna Odiare ti costa raccoglie le segnalazioni sull’odio online, aiutando le vittime a superare quello che è un momento tanto sottovalutato quanto terribile.

Quindi, l’odio costa, smetti subito!

Elena Morrone

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