Il ruolo del lavoro domestico nel capitalismo: dal determinismo biologico al femminismo marxista

Negli anni ’70 Mariarosa Dalla Costa e Selma James scrivono e pubblicano un saggio intitolato Potere femminile e sovversione sociale, fondato su una tesi principale: il lavoro domestico è indispensabile al capitalismo. La sfera cosiddetta ‘privata’ – e quindi invisibile – in cui esso risiede è tale perché l’unico prodotto concretamente percepibile di questo lavoro sono gli impiegati che costituiscono la forza-lavoro necessaria alla produzione capitalistica, dati alla luce e allevati dalle donne.

Il saggio incentiva la discussione intorno al lavoro domestico che va sviluppandosi in quegli stessi anni, generando in Italia il Movimento per il Salario al Lavoro Domestico (diventato poi Wages for Housework). La relegazione del lavoro domestico alla sfera privata, secondo Dalla Costa e altre sostenitrici del movimento, è sostanzialmente un’illusione; un pretesto che permette al capitalismo di accumulare capitale senza dover provvedere al mantenimento della forza-lavoro, la cui cura è riservata alle donne. Ma essendo il lavoro domestico essenziale in questo senso, esso deve necessariamente essere rapportato alla produzione; e come tale, deve essere retribuito. Il movimento, quindi, rivendica il diritto a un salario per tutte le casalinghe, costrette e oppresse dal lavoro domestico, e rappresentanti una vera e propria classe specifica di lavoratori.

Allo stesso tempo, fra chi sostiene che il salario al lavoro domestico sia un diritto necessario e chi crede che esso non risolva il problema alla base, ci si interroga anche su altre questioni: perché la costrizione al lavoro domestico spetta esclusivamente alle donne? Perché, nella sfera pubblica, la maggior parte delle posizioni lavorative ricoperte dalle donne sono professioni di cura (infermiera, maestra)? Alcune femministe provano a dare una risposta a queste domande, ricercandola in un’indagine sul punto d’origine della condizione d’inferiorità femminile nella società.

Shulamith Firestone, ne La dialettica dei sessi. Tesi per una rivoluzione femminista (The Dialectic of Sex: The Case for Feminist Revolution, 1970) sostiene che la discriminazione sessuale derivi fondamentalmente dalla natura biologica riproduttiva differente dell’uomo e della donna. Alla donna spetta la gravidanza, il parto, l’allattamento e successiva cura del bambino, affidandosi all’uomo per protezione e assistenza: questa famiglia nucleare biologica, che ne incasella ogni componente in ruoli precisi, è la sede principale in cui l’oppressione si svolge. Firestone auspica una rivoluzione, di stampo socialista, in cui la sessualità possa essere vissuta liberamente, fuori dalla costrizione dell’eterosessualità e della finalità riproduttiva. Una società in cui la cura dei figli sia socializzata e non spetti solo alle madri, permettendo loro di esplorare altre possibilità, e in cui le differenze sessuali anatomiche perdano culturalmente significato.

Sebbene Firestone non menzioni il lavoro domestico di per sé, in molti si sono avvalsi della sua stessa tesi sulla biologia per giustificarne l’incombenza sulle sole donne, evocando la loro presunta predisposizione naturale alla cura. Il dibattito si svolge fra chi crede che il determinismo biologico sia definitivo e non vi sia rimedio, chi crede che la cultura possa aiutare la società ad andare oltre (come Firestone), e chi crede che sia una teoria senza alcun tipo di fondamento.

Uno degli aspetti più importanti del suo saggio, però, è la concezione della famiglia nucleare patriarcale come sede di oppressione. Questa idea è uno dei pilastri del femminismo marxista, che esamina, fra le altre cose, la divisione fra la sfera pubblica e privata, e come quest’ultima venga in definitiva lasciata fuori dall’indagine marxista. Spetta quindi al femminismo occuparsene.

Manifestazione di Wages for Housework, 1977. https://www.nytimes.com/2021/02/17/magazine/waged-housework.html

Patriarcato pubblico e privato: lavoro domestico e famiglia nel femminismo marxista

Sostanzialmente, in merito al lavoro domestico il femminismo marxista sostiene quelle stesse convinzioni di cui si farà portavoce il Movimento per il Salario al Lavoro Domestico:

– il lavoro domestico viene sfruttato dal capitalismo in quanto gratuito e vitale per la forza-lavoro;

– il lavoro domestico accresce il capitale;

– il lavoro domestico, incluso quello riproduttivo, deve essere considerato un aspetto della produzione;

– essendo la sede del lavoro domestico, la famiglia nucleare ha un ruolo economico ben preciso nel sistema capitalista.

Una delle questioni poste dal femminismo marxista riguarda un dibattito aperto tutt’oggi: il concetto di patriarcato e la sua origine, e la sua relazione ‘gerarchica’ col capitalismo. Da un lato, chi sostiene che il patriarcato sia un sistema di potere che trascende la storia umana, un sistema universale e indipendente sempre esistito, e che il capitalismo abbia semplicemente rafforzato le sue dinamiche di discriminazione; dall’altro, chi sostiene che il patriarcato abbia un’origine storica specifica e sia potenzialmente collegato alle divisioni di classe e di lavoro nel capitalismo, se non addirittura da esse derivato. Se così fosse, la fine del capitalismo metterebbe anche fine al patriarcato, come affermato da Engels nel suo saggio L’origine della Famiglia, della Proprietà Privata e dello Stato (Der Ursprung der Familie, des Privateigenthums und des Staats, 1884). Le ipotesi in merito alla questione variano fra gli stessi femminismi, ma il femminismo marxista in particolare propende per la seconda spiegazione.

Sempre da Engels, il femminismo marxista trae la concezione che la supremazia maschile sulla donna è analogo a quello della borghesia sul proletariato, e che la famiglia nucleare è un’istituzione che riproduce su piccola scala le dinamiche di potere del capitalismo. Di conseguenza, è necessario che il capitalismo venga superato perché la discriminazione sessuale – e anche quella razziale – abbia fine.  

Al di là dei punti in comune, mentre il Marxismo bolla il femminismo come una questione prettamente borghese, il femminismo marxista rimprovera al Marxismo il fatto di essere un’indagine gender-blind che prende in esame unicamente il punto di vista del proletariato salariato maschile, lasciandone al di fuori quello femminile e soprattutto quello delle lavoratrici non salariate, ovvero le casalinghe e il loro lavoro domestico. Qualunque lavoro non retribuito è, infatti, escluso dallo studio marxista, il che rende il lavoro delle donne invisibile, come ben sosteneva Dalla Costa. Ma come arriva ad essere invisibile, questo lavoro? Come nasce il mito della casalinga come donna ideale?

‘A Woman’s Work Is Never Done’. See Red Women’s Poster Collective, Regno Unito, 1976.

La transizione dall’economia home-based all’industria capitalistica in Donne, Razza e Classe

Nell’ultimo capitolo del suo saggio Donne, Razza e Classe (Women, Race and Class, 1981), Angela Davis si concentra sul lavoro domestico e sulla figura della casalinga. Fra le altre cose, ne analizza la natura in relazione all’avvento del capitalismo, profondamente rivoluzionata dallo stesso rispetto a quella originale.

Come descrive Engels nel suo saggio precedentemente menzionato, la nascita della proprietà privata ha ridefinito le ineguaglianze sessuali. Il lavoro domestico prima del capitalismo non era quello che conosciamo oggi, prima di tutto perché non era prettamente una questione di genere: le donne e gli uomini contribuivano a pari merito al sostentamento della famiglia e della comunità, dividendosi i compiti.

Nell’era pre-capitalista, alle donne spettavano soprattutto lavori decisamente più considerevoli del tradizionale bucato o della preparazione dei pasti: fabbricavano tessuti e saponi, vestiti, coltivavano gli alimenti nei mesi caldi e li stipavano per quelli freddi, si occupavano di problemi di natura medica. In alcune comunità, come quella dei Masai in Tanzania, perfino la costruzione delle case vedeva la partecipazione delle donne. Allo stesso modo, al di fuori della casa, le donne ricoprivano i ruoli più vari: lavoravano nei mulini, nelle taverne, nei macellai, costruivano mobili per arredamento e così via.

La produzione avveniva sostanzialmente in casa, grazie al lavoro delle donne: come già menzionato, il sapone e i tessuti, ma anche le candele, il pane, il burro, erano tutti prodotti fatti in casa. Con la nascita delle fabbriche, e quindi il trasferimento del centro di produzione, l’importanza del lavoro domestico inizia a diminuire, e così anche l’importanza del ruolo delle donne. Tutti i prodotti precedentemente fatti in casa iniziano ad essere confezionati in massa dalle fabbriche.

Il consolidamento del capitalismo industriale ha aumentato la spaccatura tra il nuovo e il vecchio sistema di produzione economica, la cui ricollocazione fisica provocata dalla diffusione del sistema di fabbrica fu senza dubbio una trasformazione drastica. Ma ancora più radicale fu la ridefinizione generale della produzione imposta dal nuovo sistema economico. Mentre i prodotti lavorati in casa derivavano il proprio valore innanzitutto dalla capacità di soddisfare i bisogni basilari della famiglia, le merci prodotte in fabbrica si definivano per il proprio valore di scambio, ovvero la capacità di soddisfare la domanda di prodotto degli imprenditori. Questa nuova concezione della produzione economica rivelava – al di là della distanza fisica tra casa e fabbrica – una fondamentale separazione strutturale tra l’economia domestica e l’economia orientata al prodotto. Poiché il lavoro domestico non genera prodotto, fu definito naturalmente come una forma inferiore in confronto al lavoro salariato di matrice capitalista.

La nascita della figura della madre e casalinga come paradigma della donna ideale si diffonde in questi anni, quasi come una propaganda per tenere le donne lontane dalla sfera lavorativa pubblica. Tuttavia, come Davis ricorda, in verità questa figura rifletteva solo la realtà della classe media bianca, in cui le donne potevano permettersi di non lavorare. Almeno negli Stati Uniti, il resto delle donne bianche lavorava nelle fabbriche e le donne nere erano ancora schiave.

Riferendosi al Movimento per il Salario al Lavoro Domestico, Angela Davis esprime le sue perplessità riguardo all’attribuzione di uno stipendio per le casalinghe, sostenendo che istituirne uno potrebbe rischierebbe di “legittimare ulteriormente questa forma di schiavitù domestica.” Non si trova d’accordo con l’assunto del Movimento che il lavoro domestico è oppressivo principalmente perché non è retribuito; piuttosto, il lavoro domestico è oppressivo perché costituito da mansioni ripetitive e monotone, e dal fatto che sostanzialmente le casalinghe sono lavoratrici disoccupate.

Il salario al lavoro domestico potrebbe funzionare come sussidio, forse, per un breve periodo; ma quello di cui le casalinghe necessitano, in realtà, è un servizio pubblico di cura dei bambini e la possibilità di trovare un lavoro.  Come Firestone, anche Davis vede la fine di un sistema oppressivo nella rivoluzione socialista:

Ma la socializzazione del lavoro domestico – che deve comprendere la preparazione dei pasti e la cura dei bambini – presuppone la fine del regime del prodotto economico. […] Le donne lavoratrici, dunque, hanno uno specifico e vitale interesse a lottare per il socialismo.

Daniela Carrelli

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