Caccia alle streghe e capitalismo: “Calibano e la Strega” di Silvia Federici

Ne La Tempesta di Shakespeare, Calibano è l’unico abitante di un’isola presto occupata da Prospero, il quale lo costringe in schiavitù. Descritto come metà uomo e metà mostro, è figlio della strega esiliata Sicorace, defunta prima dell’arrivo di Prospero. Sia Calibano che la madre sono simboli: Calibano, il cui nome deriva presumibilmente dal termine spagnolo caníbal che indica alcune popolazioni indigene dei Caraibi, rappresenta la resistenza anticoloniale e anticapitalistica, personificazione del proletariato. Sicorace è, invece, l’emblema di quel mondo femminile, fatto di tradizioni, saperi e memorie tramandate, demolito dal capitalismo – in particolare, attraverso la caccia alle streghe.

Dal personaggio di Calibano prende il nome il saggio di Silvia Federici (https://violedimarzo.com/2022/05/09/lavoro-domestico-capitalismo/) Calibano e la Strega: le Donne, il Corpo e l’Accumulazione Originaria (Caliban and the Witch: Women, The Body and Primitive Accumulation) pubblicato nel 2004. Federici, scrittrice e accademica, fra le prime promotrici della campagna per il salario al lavoro domestico negli anni ’70, concepisce quest’opera come l’evoluzione di un saggio precedente pubblicato nel 1984, Il Grande Calibano. Storia del corpo sociale ribelle nella prima fase del capitale. L’obiettivo di Federici in quest’opera di ricerca è quella di trovare un punto di incontro fra il femminismo radicale e quello socialista per ciò che concerne l’origine dello sfruttamento sociale ed economico delle donne: se quello radicale non prendeva in considerazione i rapporti di classe, quello socialista non teneva conto della sfera riproduttiva come “creazione di plusvalore”. Il principio da cui il saggio prende posizione è, infatti, che lo sfruttamento femminile è un ruolo chiave nel capitalismo, perché le donne producono la forza-lavoro necessaria. La funzione riproduttiva femminile è quindi fonte di accumulazione capitalistica, nonostante venga “mistificata come risorsa naturale” e riconosciuta quindi come arbitrariamente disponibile.

Fra i concetti fondamentali finalizzati alla comprensione del saggio ce ne sono due particolarmente importanti: quello, ovviamente, di accumulazione originaria, e quello di biopotere. L’accumulazione originaria è, secondo Marx ne Il Capitale, il “processo storico su cui si fonda lo sviluppo dei rapporti capitalistici”: consiste nella concentrazione di capitale e forza-lavoro e nella separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione. Federici rimprovera a Marx di non tenere conto, nella formulazione di questo concetto, del ruolo della funzione riproduttiva femminile nell’accumulazione, né della caccia alle streghe e di come questo fenomeno sia stato fondamentale per assoggettare la società ai dogmi capitalistici. Il biopotere, invece, indica quel processo attraverso il quale, dagli albori del capitalismo, lo stato inizia gradualmente a farsi carico del controllo “sanitario, penale e sessuale” dei corpi dei cittadini, al fine di supervisionarne le funzioni e disporne. Da qui, per esempio, prende avvento il censimento, la regolamentazione della sessualità attraverso limitazioni e divieti per ciò che riguarda le pratiche contraccettive, l’aborto, l’autonomia riproduttiva fuori e dentro il matrimonio e così via.

Nel saggio, Federici illustra come, nella transizione dal feudalesimo al capitalismo, le popolazioni si siano costantemente ribellate agli sforzi del potere dominante per imporre il capitalismo, e di come le classi dirigenti (nobiltà, borghesia e clero) si siano coalizzate per respingere queste ribellioni attraverso una campagna di terrore durata secoli, dalla criminalizzazione della povertà alla meccanizzazione del corpo alla caccia streghe.

Charles Gray. Illustration to the Tempest: Caliban and Ferdinand, 1836. The Metropolitan Museum of Art, New York. http://www.metmuseum.org/Collections/search-the-collections/685335

Dal feudalesimo al capitalismo: la progressiva perdita di un passato collettivo

Uno dei punti su cui Federici insiste particolarmente è che la transizione al capitalismo è avvenuta in concomitanza con una graduale ma importante trasformazione della società coordinata dai piani più alti della sfera sociale. A un certo punto, in sostanza, alle classi più ricche cominciò ad apparire evidente che il popolo non si sarebbe volontariamente votato allo sfruttamento – fattore necessario al capitalismo, sostiene Federici – e che quindi occorreva plasmare i comportamenti in modo che il popolo collaborasse, sebbene senza rendersene conto, a stabilire definitivamente il capitalismo come unico modello possibile. Questo avvenne attraverso l’utilizzo del terrore e della violenza, anch’essi indispensabili al capitalismo.

“Il capitalismo è stata la risposta dei signori feudali, dell’aristocrazia mercantile, dei vescovi e dei papi, a un conflitto sociale durato secoli […]”. Il popolo era continuamente in rivolta contro il potere feudale; in particolare, le lotte più diffuse riguardavano le tasse, fra cui la taglia, una qualunque somma di denaro che il padrone poteva esigere quando e come voleva, senza vincoli. In risposta a queste lotte, iniziò ad essere sviluppato un processo di monetarizzazione della vita economica: affitti e tasse iniziarono a dover essere pagati in denaro piuttosto che in cambio di lavoro, il che portò molti poveri contadini, che non riuscivano a pagare, alla perdita della loro terra. Le differenze di classe e la povertà aumentarono drammaticamente.

In questo contesto si colloca la diffusione dei movimenti eretici. I contadini impoveriti, il proletariato senza terra, e tutti colori ai margini della società erano i protagonisti di questi movimenti, coloro che li fondavano e li popolavano: le donne, in particolare, erano in prima riga.

I movimenti eretici predicavano l’uguaglianza civile e criticavano la chiesa come istituzione di potere e la sua ricchezza, esortando a vivere in povertà come Cristo. Erano “un tentativo cosciente di creare una nuova realtà” orientata alla “democratizzazione” della vita sociale, ma furono duramente perseguitati dalla Chiesa. La Santa Inquisizione fu specificatamente creata per cacciarli. E se, fino ad allora, la povertà a cui incitavano i movimenti eretici era la stessa che la Chiesa santificava ed esaltava come unico stile di vita puro e nobile, gradualmente le cose cambiarono. La Chiesa iniziò a sostenere che “solo la povertà volontaria era un merito agli occhi di Dio”, e che colori che non erano volontariamente poveri erano dei derelitti, persone pigre e fraudolenti. La povertà iniziò ad essere concepita alla pari di un crimine e di una colpa, emarginando ancora di più coloro che non avevano modo di risollevarsi.

Nel frattempo, la peste nera aveva segnato una svolta decisiva nella storia europea. In seguito alla peste, infatti, la popolazione si ridusse a tal punto che la manodopera era diventata scarsissima, il che significava che i datori di lavoro dovevano praticamente contendersela e che il suo prezzo era drasticamente aumentato. I terreni disponibili abbondavano, e la popolazione aveva, quindi, la possibilità per provvedere a mantenersi.

La risposta furono le enclosures. Con le enclosures (recinzioni) i terreni comuni vennero recintati e privatizzati, sottraendoli al comune utilizzo degli abitanti. Non solo privò di un mezzo di sostentamento tutti coloro che non avevano un terreno proprio o che l’avevano perso, ma eliminò anche uno spazio fisico comune in cui il villaggio si ritrovava e che funzionava come luogo di condivisione, in particolare per le donne. Inoltre, i terreni vennero espropriati con maggiore frequenza e fu introdotto il lavoro salariato obbligatorio. Molto cittadini, piuttosto che lavorare per un salario, preferivano diventare vagabondi e ridursi in povertà, pur sapendo che era ormai diventata una terribile macchia: marchio dell’infamia, processione annuale dei poveri erano solo alcune delle umiliazioni a cui i poveri venivano sottoposti.

La caccia alle streghe

Il calo demografico in Europa nel 1500, la cui causa fu imputata alla reticenza del popolo a procreare, fu un nuovo punto di svolta. È in questo contesto che si colloca lo sviluppo del biopotere e l’inizio della caccia alle streghe.

Federici sostiene che si sia attuato un graduale processo di meccanizzazione del corpo, anche grazie agli studi del tempo sull’anatomia e il suo sezionarne e categorizzarne ogni parte. Il corpo e tutto ciò che lo riguardava – bisogni e passioni corporee – cominciò ad essere progressivamente stigmatizzato, invogliando gli individui a distaccarsene e a elevare lo spirito al di sopra di ogni aspetto umano più terreno e “materiale”. Secondo Federici, il distacco dal corpo che si andava predicando in quegli anni era volto a cancellare quella concezione del corpo come sede e fonte di processi magici che contrastava con la necessità capitalistica di votare il corpo dei cittadini unicamente al lavoro e allo sfruttamento. È in questo periodo che si instaura lo storico conflitto fra mente e corpo, in cui la mente deve necessariamente prevalere sul corpo e quest’ultimo viene considerato un inconveniente da dominare, un mero mezzo per esercitare un lavoro.

In questo contesto, la stregoneria, prima un crimine collettivo, inizia ad essere concepito come un crimine individuale. Le streghe iniziarono ad essere prese di mira per tutta una serie di motivi, in particolare perché la magia contrastava con questa concezione razionalistica della realtà e del corpo, ma soprattutto perché le donne erano sempre state in prima fila nelle ribellioni all’instaurazione del capitalismo. Non solo prendendo parte alla lotta vera e propria, ma anche grazie ai saperi che tradizionalmente le donne si tramandavano fra di loro: saperi che riguardavano il trattamento delle malattie, l’utilizzo delle erbe per rimedi magici, e soprattutto metodi contraccettivi. Il controllo che le donne avevano sulla propria riproduzione fu preso duramente di mira, prima dall’accentramento dei poteri dello stato per ciò che riguardava la salute dei cittadini (il biopotere prima menzionato), e poi attraverso la caccia alle streghe. E anche la caccia alle streghe funzionò nell’ottica dell’eliminazione di un passato collettivo, perché tutte quelle tradizioni e quelle conoscenze trasmesse di donna in donna vennero dimenticate. Senza contare il clima di immenso terrore che la caccia alle streghe creò: qualunque donna poteva essere sospettata di essere una strega e chiunque poteva essere sospettato di aver avuto contatti con una strega. Era un clima che incoraggiava alla sfiducia reciproca, e che ben si inseriva nell’atmosfera di divisione sociale che il potere voleva instituire.

La caccia alle streghe, un fenomeno poco studiato e spesso ridotto a conseguenza di un contesto di bigottismo e superstizione, nasconde una realtà molto più complicata. Nel suo saggio, Federici lo ricollega impeccabilmente alle origini del capitalismo e a come sia effettivamente stato un processo di accumulazione originaria, senza il quale il sistema economico capitalista non avrebbe potuto inserirsi con successo. È un saggio dettagliato, che rivisita un pezzo di storia spesso trascurato e frainteso nei libri di scuola, e che nasconde molte risposte sulla natura della società attuale.

Daniela Carrelli

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