A settembre

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Oggi è il primo giorno di settembre. Dai finestrini abbassati della vecchia Punto rossa di mio padre entra lo Scirocco e mi scompiglia il ciuffo. Lo sistemo, lo appiattisco, ma ritorna di nuovo in aria. Guardo la strada che si allontana incorniciata dal vetro sporco dei finestrini. Colline gialle, dov’è finito il mare?

Il vento asciuga il costume che indosso sotto la camicia a fiori. I lacci del pezzo di sopra sono ancora umidi. Mi passo la lingua sulle labbra e sento il sapido della sabbia, il sapore di cocco e vaniglia della crema solare e il dolce dell’anguria.

La stazione della radio che avevamo scelto non prende più bene e adesso sento solo dei motivi confusi che si mescolano tra di loro. Every breath you take è durata poco, poi si è mischiata con un’altra canzone che non conosco e ha lasciato spazio a una voce femminile che annuncia il meteo della settimana. Pare che si prevedano temporali sparsi e acquazzoni nelle zone di mare.

«Preparatevi per la stagione delle piogge, l’agosto rovente lo abbiamo lasciato alle spalle». Sembra rassegnata e abbattuta, anche se non la vedo in faccia. Settembre, non puoi farmi anche questo.

Continuo a fissare il paesaggio che cambia sempre più veloce, fugge davanti ai miei occhi, non lo riconosco più. C’è qualche casa di campagna, delle donne che stendono i panni, un cane cerca di strappare un lenzuolo che sventola.

Ho bisogno di fare una doccia, mi sento unta e appiccicosa. Non ho avuto il tempo di guardarmi allo specchio, darmi una sistemata, accarezzare la nuova e ultima abbronzatura dell’anno.

O far sedimentare il sentimento di rabbia e malinconia, cambiamento, addio, delusione, nostalgia. O quello che avevo provato, e cos’era con esattezza?

Mamma e papà parlano tra di loro di quella coppia conosciuta insieme al mare, del figlio di Aurora, “troppo piccolo per portarselo dietro”, muovono le mani come tergicristalli impazziti che vanno a destra e poi a sinistra, spannano la strada scura che abbiamo davanti. Io dietro, incollata a quel seggiolino rovente e l’aria condizionata che non funziona, non ha mai funzionato. L’aria calda si solleva dall’asfalto, fa vedere tutto sfocato. Sembra di guardare le scene dei film dove si ripercorre all’indietro un momento che è andato via, e io sono la protagonista che ricorda e vive due volte lo stesso terribile pezzo di vita.

Vorrei che fosse bello, quel pezzo di vita che rivivo. Mi piacerebbe godermi e tenermi stretta il bracciale che ho al polso, annusarlo, sentirne il profumo, che poi è il suo di profumo. Sarebbe così bello racchiudere dentro una scatola Agosto, Stefano, la pizza sulla spiaggia da soli, le cicale che cantano mentre ci abbracciamo e riaprirla quando ne ho voglia. Invece no. L’odore del bracciale è quello della bancarella dove Stefano l’ha comprato, la pizza è fredda e sa di cartone, le cicale non cantano più.

La macchina attraversa la striscia di aria che fa vibrare lo sfondo e non ci provo più a ricordare. Anche la strada dice che devo andare. Settembre è fatto di promesse che si infrangeranno, persone che si scorderanno, ti aspetterò seccati sotto il sole, baci cristallizzati nel tempo.

Non c’è più musica dentro la macchina e mamma e papà hanno smesso di parlare. Sollevo la testa verso il cielo e sopra di noi c’è una grossa nuvola grigia, intorno solo azzurro accecante. Settembre è quel cumulo nembo che trattiene la pioggia, pronto a scoppiare da un momento all’altro.

E noi siamo sotto, continuiamo a muoverci e poi ci fermiamo davanti alle sbarre abbassate di un passaggio a livello. Sento i finestrini vibrare e tutta la macchina ondeggia, e anche noi sobbalziamo insieme a lei. La nuvola grigia però sta ancora immobile sopra di noi. Un vecchio treno di tre vagoni ci spunta davanti, di così vecchi non ne avevo mai visti.

Strizzo gli occhi e vedo una donna appoggiata al finestrino, legge un libro e tiene in mano un cellulare. La osservo, ha i miei capelli, i miei occhi, i miei vestiti. Lei però va da un’altra parte, ritorna da chi la sta aspettando, si muove verso l’azzurro intenso che circonda e tocca tutti tranne me. Poi la donna si gira e inizia a fissarmi. Ci conosciamo attraverso i filtri appannati e sporchi dei finestrini. Il suo sguardo è il mio, il mio è il suo. Mi sorride e poi continua nel suo viaggio, con il treno che per un attimo aveva rallentato e adesso va al doppio della velocità per recuperare.

E così, anche noi abbiamo superato il passaggio a livello ma non me ne ero accorta. Mamma e papà hanno ripreso a parlare della vacanza ma durerà ancora per poco, perché poi finiranno le parole e gli aneddoti da raccontare. Settembre è quella macchina che si allontana dal mare, attraversa le colline, si muove verso le strade di campagna verdi e che odorano di pioggia, ritorna alla città vuota che pian piano si riempie di vita.

Arrivata davanti casa scendo dall’auto, scuoto le scarpe che hanno raccolto la sabbia e la lascio per strada, non voglio portarmela dietro. Mamma mi dice di prendere gli zaini, le valigie e l’ombrellone. Li porto con me e li lascio davanti alla porta e come in una catena di montaggio ci muoviamo senza sosta per trascinare ancora qualche pezzo di ricordo. Poggio l’ombrellone sull’uscio e qualcosa si stacca, rotola lungo la strada di casa. Sono le perline del bracciale. Biglie impazzite che si ribellano a quel luogo e cercano di ritornare indietro. Le guardo rotolare e non provo a raccoglierle.

Insieme alle biglie dalla tasca dei pantaloncini vola qualcos’altro.

Sara, cosa stai combinando? La voce di papà rimbomba nel cortile davanti casa e scuote il silenzio.

È una piccola foto che avevo scattato al mare. Io e Stefano sul pedalò, lui ride e io gli bacio la guancia.

Non mi ero accorta di averla. La giro, la ribalto, la capovolgo. Un elenco di numeri incornicia il bordo destro, in basso, accanto a un piccolo cuore e una scritta.

Se vuoi, ci risentiremo qui.

Settembre, sei una fila di palline colorate che rotolano matte lungo una discesa e una foto con un numero di telefono da comporre. Sei fine, sei inizio. Settembre, sei una scelta.

Sara Noto Millefiori

Sara Noto Millefiori

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