Narrazione tossica e victim blaming nel linguaggio dei giornali

«Ma basta con queste polemiche sterili sul linguaggio! Ormai non si può più dire nulla… VOI femministe dovreste preoccuparvi di questioni più importanti!». Mi è capitato molto spesso di leggere commenti del genere sotto ai post di qualunque social media, post in cui si denunciava un uso improprio del linguaggio nelle questioni di genere. L’opinione comune vuole che la femminista con la F maiuscola si occupi solo di casi eclatanti: casi di violenza domestica o sessuale e femminicidi. Riconoscere questi tipi di violenza sta diventando (forse) più semplice, anche grazie alla risonanza mediatica che viene giustamente loro data. Tuttavia, vi sono alcune questioni sottili, e per questo più subdole, nelle quali non è così evidente distinguere in cosa consista il sessismo, e ammetto anch’io di aver fatto fatica in passato a riconoscerlo. La verità è che ogni aspetto della nostra vita è tenacemente legato al linguaggio: quella facoltà cognitiva che fa parte del DNA dell’essere umano e che lo distingue per un banale 2% dagli animali. Eppure, se ci si pensa, quel 2% di differenza crea un abisso tra la nostra specie e qualunque altro essere vivente. Come sosteneva il linguista Von Humboldt, il linguaggio è formativo del pensiero: praticamente senza il linguaggio noi non penseremmo così come siamo in grado di fare. Chiunque potrebbe essere d’accordo con questa affermazione, del resto i nostri pensieri si sviluppano in parole, quindi è ovvio che il nostro modo di esprimerci si leghi a ciò che pensiamo… giusto? Allora perché i casi di sessismo linguistico non dovrebbero avere risonanza? Se la lingua è così importante, perché questi problemi non dovrebbero essere trattati alla stregua delle altre questioni di genere? Quando poi l’utilizzo del linguaggio va a intaccare la comunicazione ufficiale dei giornali, che inevitabilmente tocca l’opinione pubblica, l’attenzione nell’uso delle parole deve necessariamente alzarsi. Andiamo allora a vedere che peso può avere la semantica nelle cosiddette “narrazioni tossiche” di episodi di violenza, e come le parole che si scelgono in questi casi siano in realtà fondamentali, cercando di sdoganare l’opinione comune espressa all’inizio.

Un uso sbagliato del linguaggio per raccontare la violenza

L’esempio in questione è un titolo di articolo di giornale in cui il racconto della violenza è stato deformato tramite l’utilizzo di alcuni termini, attraverso cui è stato fatto, inconsciamente o meno, del victim blaming. L’articolo è di Riminitoday, pubblicato lo scorso 8 luglio 2020:

Si può vedere come il focus della notizia sia sull’evento, un party in spiaggia, connotandolo come un momento che prevede leggerezza ma anche incertezza, portando l’attenzione sul luogo comune secondo cui «alcune cose succedono solo in certi posti». Questo viene rimarcato anche dal sottotitolo, in cui si fa notare come le ragazze siano state ricoverate in ospedale a causa della sbornia, evidenziando in che modo ciò abbia fatto scordare loro l’evento, e solo infine viene nominato lo stupro. In questo modo, sembra che il giornalista stia associando l’accaduto a una fatalità, come se la presenza delle ragazze alla festa e l’abuso di alcool avesse in parte innescato l’evento. Altro elemento totalmente fuori luogo è l’appellativo “amico”. Il termine denoterebbe un rapporto benevolo, sia nell’accezione d’uso comune, sia approfondendo la semantica su un qualunque dizionario: “dal lat. amicus, affine ad amare. Chi è legato ad altri da vincoli di amicizia, quello cui si è più intimamente legati”. Definire il colpevole con un appellativo che rimanda alla sfera affettiva depotenzia le sue responsabilità: il lettore non sa che tipo di relazione ci sia fra i tre e potrebbe essere indotto a pensare che le vittime abbiano dato fiducia a qualcuno che non se la meritava, e ancora parte della colpa ricadrebbe su di loro.

Il titolo precedente dell’articolo

Ancora più grave è però il titolo precedentemente dato all’articolo, che riporto, modificato subito dopo alcune denunce dei lettori più sensibili.

Maggiore attenzione viene destinata alla causa della violenza, che sembrerebbe risalire allo stato di alterazione delle ragazze definite «ubriache fradicie», come se questo potesse renderle responsabili perché non abbastanza lucide per negare il loro consenso. Inaccettabile poi la definizione del violentatore come «amichetto», con un diminutivo che ha lo scopo di alleggerire ulteriormente la colpa, come se si volesse rendere vulnerabile, e quindi degno di compassione, l’aggressore. Si noti poi come la parola «amichetto» sia legata all’idea della gioventù, da sempre mitizzata come un periodo in cui si compiono bonariamente degli “errori” giustificabili; di contro le due vittime sono state associate al numero secco della loro età, quasi a volerle deumanizzare. L’uso di tutti i termini evidenziati e il modo in cui è stato esposto il titolo rendono fuorviante l’accaduto e sembrano volerlo rendere meno grave, decolpevolizzando il responsabile e usando i moduli tipici del victim blaming.

Purtroppo questo non è l’unico caso del genere: le narrazioni tossiche sui giornali sono talmente tante da aver spinto la scrittrice e giornalista Michela Murgia a stilare un decalogo di frasi da usare o meno quando si scrive un articolo su questi temi. Solamente leggendo il titolo e il sottotitolo un comune lettore si è già fatto un’idea sbagliata dell’accaduto, e se non avesse la giusta consapevolezza, queste parole potrebbero aver già influito sulla sua opinione.

Si è visto quindi come le parole possano avere un peso enorme, soprattutto quando si pubblicano questo tipo di notizie, e come possano deviare la realtà dei fatti senza che il lettore se ne accorga. Essendo la lingua il primario mezzo di comunicazione, di persuasione e di espressione dell’uomo, bisogna necessariamente fare attenzione a come si sceglie di riportare i fatti di cronaca, che dovrebbero essere il più possibile neutrali almeno nei racconti di violenza, restituendola così com’è: brutale.

Fonti:
riminitoday.it: https://www.riminitoday.it/cronaca/party-in-spiaggia-due-15enni-violentate.html
treccani.it: https://www.treccani.it/vocabolario/amico/

Gloria Fiorentini

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