EDUCAZIONE SESSUALE: a misura dei ragazzɜ o della società?

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La crescente disponibilità di strumenti tecnologici permette di accedere, ad un’età sempre più precoce, ad una notevole quantità di informazioni, comprese quelle legate alla sessualità.
Da un lato ciò ha portato, quindi, alla necessità di affrontare queste tematiche con i ragazzɜ, per proteggerli da possibili pericoli, ma dall’altro ci si scontra anche con quel retaggio culturale che ne fa un tabù.
Che implicazioni può avere tutto ciò quando si intreccia con interventi di educazione sessuale nel contesto scolastico? E quali scenari alternativi si hanno a disposizione?

L’Italia è uno tra i pochi paesi dell’Unione Europea a non prevedere l’insegnamento dell’educazione sessuale come materia obbligatoria nelle scuole (European Parliament, 2013), eppure tale scelta acquista un senso alla luce delle profonde radici sociali e culturali del nostro paese. Il tabù per tutto ciò che riguarda la sfera sessuale ha accompagnato il Cristianesimo fin dalla sua nascita, è stata la forma mentis con cui siamo venuti al mondo e con cui anche la famiglia e la scuola ci ha cresciuti, ma è ciò che accade anche per le nuove generazioni? Uno degli aspetti più delicati dell’adolescenza, attorno a cui si concentrano molti interrogativi e dubbi, è spesso rappresentato proprio dalla sessualità e dall’evoluzione del proprio corpo, legato ad un cambiamento dell’immagine che si ha di sé stessɜ. E già qui è possibile individuare alcuni snodi critici:

Parlare di questi temi in famiglia è in alcuni casi lasciato ad una dimensione tacita, tra detto e non detto, con l’imbarazzo e il silenzio che la fanno da padrona e non aiutano gli adulti a discuterne in maniera aperta con i propri figli.

Bisogna considerare che i ragazzɜ di oggi, la cosiddetta Generazione Z, hanno accesso con molta più facilità e in tempi molto più precoci al web e a tutto ciò che esso contiene, compresi i contenuti
sessuali. I ragazzɜ cercano le informazioni tendenzialmente su Internet e trovano online le risposte alle loro prime curiosità sul mondo dei grandi, quello che un tempo era il famoso “discorsetto” con cui i genitori cercavano di spiegare ai figli le nozioni principali sulla sessualità e sulla procreazione, adesso è racchiuso in un click.

In questa fase così complessa e delicata, a volte ci pensa la scuola a prendere per mano i ragazzɜ, accompagnandoli nell’esplorazione del proprio corpo in mutamento e nelle sue conseguenze, in
quella che molto spesso è l’educazione sessuale, con l’auspicio che sia per loro come la luce di un faro nel mare.

Ma è davvero in questo modo che i ragazzɜ vivono l’educazione sessuale?

Come detto in precedenza, l’Italia è uno tra i pochi paesi dell’Unione Europea a non prevedere l’insegnamento dell’educazione sessuale come materia obbligatoria, perciò ogni istituto può decidere se e come affrontare la questione (rivolgendosi a qualche insegnantə volenterosə o affidandosi ad espertɜ esternɜ di varia natura, come un sessuologə o unə psicologə).
In generale però, ancora oggi, una delle modalità interattive più diffusa nelle scuole quando si promuovono interventi riguardanti queste tematiche è quella basata sulla trasmissione dei contenuti, in cui l’espertə in materia (un sessuologo o chi che sia) espone le nozioni basilari sull’anatomia dei genitali maschili e femminili, seguite da una breve descrizione delle dinamiche principali che caratterizzano un rapporto sessuale, e occupando la gran parte restante del tempo nell’elencare i possibili rischi e nel promuovere l’utilizzo di contraccettivi per prevenire gravidanze indesiderate.
Il risultato? Molto probabilmente, più che essere la luce di un faro nel mare, quest’intervento finisce con l’essere un buco nell’acqua.
Lo mette in evidenza un recente studio condotto in Italia (Alloni, Centrone, Viola, 2017), esplorando le voci degli studentɜ, e uno dei più recenti studi condotti in America (Sondag, Johnson & Parrish, 2020), dove l’insegnamento dell’educazione sessuale è già obbligatorio da tempo ma continua ad avere un’impostazione fallimentare di tipo preventivo e protettivo.

Da cosa può scaturire un tale fallimento nell’efficacia dell’educazione sessuale?

I contenuti proposti ai ragazzɜ non vanno di pari passo con ciò a cui sono esposti

I ragazzɜ arrivano a scuola che ne sanno quasi più degli insegnantɜ, e di fronte ad un intervento del tipo descritto sopra la reazione che ci si può aspettare è un susseguirsi di sbadigli e visi annoiati, non si sta dicendo loro niente che già non sappiano. I contenuti loro proposti non vanno di pari passo con ciò a cui sono esposti e quel click può essere un’arma a doppio taglio. Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale, l’età media della prima esposizione alla pornografia è tra i 7 e gli 11 anni e viene spesso favorita dalla disponibilità di un proprio smartphone, così come lo scambio sempre più diffuso di messaggi e/o immagini sessualmente espliciti (sexting), il filmare e diffondere contenuti relativi a momenti di intimità senza il consenso dell’altra persona (revenge porn), o l’utilizzo sempre più frequente delle dating app che espone a numerose insidie.
Non sarebbe, quindi, il caso di dare spazio anche a questi contenuti tecnologici accanto a quelli biologici nell’educazione sessuale?

Mancato coinvolgimento dei ragazzɜ

Inoltre, nel realizzare questi progetti spesso si parte dal presupposto che i ragazzɜ abbiano bisogno di ricevere determinati contenuti senza però conoscere il loro punto di vista, le loro reali esigenze e ciò che loro ritengono utile. Sono gli attorɜ principalɜ di una trama che qualcun altrə ha scelto per loro, rischiando così un epilogo che riduce l’educazione sessuale allo strumento con cui impedire le gravidanze indesiderate e facendo passare il messaggio implicito che la sessualità sia un mero atto procreativo.

Quali altri scenari alternativi possono aprirsi e rendersi possibili?


Per chi si trova ad avere l’onere e l’onore di condurre un’educazione sessuale in una classe di adolescentɜ non è sempre facile gestire l’imbarazzo che aleggia nell’aria su certe tematiche, derivante da quella reticenza tra il detto e il non detto. Ma come potrebbe cambiare l’atmosfera se il professorə chiamatə in causa provasse a coinvolgere gli studentɜ e a mettere in moto uno scambio di opinioni? E ancor di più quando la scuola si affida ai professionistɜ esternɜ, come sessuologɜ o psicologɜ, con cui i ragazzɜ preferiscono rapportarsi sentendosi meno giudicatɜ e più liberɜ di esprimere dubbi o raccontare una propria esperienza. Affinché queste figure possano mettere in campo degli strumenti utili alla crescita personale dei ragazzɜ, diventa necessario dunque partire dalle esigenze e dalle necessità che questi ultimi manifestano, confrontarsi chiedendo loro di esprimere la propria opinione e di condividere i propri bisogni diventa un costruire insieme il terreno su cui cammineranno, laddove sentano mancare la terra sotto i piedi.

In particolare, nell’affrontare i temi legati alla sessualità bisogna tener conto anche di tutte quelle sfumature che la circondano

Accanto alle nozioni principali e basilari di informazione e prevenzione (ad esempio in cosa consiste il sesso, come usare un preservativo, qual è il funzionamento teorico del ciclo, quali sono le
principali malattie sessualmente trasmissibili, ecc.), si dovrebbe discutere anche in merito alla costruzione culturale dei generi, partendo ad esempio dal riflettere su come si è arrivati allo
stereotipo per eccellenza dei colori rosa e blu, e della sessualità, nonché delle dinamiche racchiuse al suo interno, chiedendosi ad esempio quali differenze esistano nell’immaginario collettivo rispetto alla sessualità maschile e femminile? Perché se un uomo ha tante donne viene visto come un “figo”
mentre se una donna ha tanti uomini viene vista come una poco di buono? cos’è il consenso e quando viene violato? Come si arriva a parlare di stupro o di violenza sessuale?
Andando oltre l’approccio tradizionale, che finora si è concentrato sulle relazioni sessuali biologizzate, l’educazione sessuale svolgerebbe anche un ruolo efficace nella prevenzione della
violenza di genere e dell’omolesbobitransnegatività.

Parlare della sessualità non può prescindere anche dal considerare quella dimensione legata alla comprensione e alla gestione dei sentimenti e delle emozioni che si sperimentano, sia nella sfera personale che interpersonale, al riconoscerli e al poter dare loro un nome, al trovare delle modalità con cui esprimerli ed entrare in relazione con l’altro. Uno spazio che prenda il nome di educazione
alle relazioni
, in cui insegnare a chiedersi cosa si vuole da una relazione, a chiarire le aspettative reciproche, a comunicare i propri confini e desideri, a gestire le proprie emozioni, a promuovere la cura e l’amore per sé stessi. Narrando questo come esercizio costante, si potrebbe rendere più facile ai ragazzɜ prendere familiarità con i concetti di relazione tossica o dipendenza affettiva, riconoscerle ed essere capaci di distinguerle dalle relazioni sane.

Un ulteriore elemento a cui bisognerebbe dedicare spazio è il concetto del piacere e dell’autoerotismo, sull’utilizzo dei sex toys o della pornografia, considerati ancora un tabù, per non ridurre tutto ad un mero atto procreativo. In tal modo l’educazione sessuale diventerebbe anche inclusiva delle forme non convenzionali di sessualità, come ad esempio il BDSM, e delle dinamiche sessuali presenti al di
fuori dell’eterosessualità, che volente o nolente esistono. Ad esempio, da settembre 2020, le linee guida fornite dal governo britannico includono nell’educazione sessuale anche argomenti come le identità LGBTQIA+, perché negli ultimi anni sempre più persone hanno iniziato ad identificarsi all’interno di questa comunità.

Chi è disposto a mettersi in gioco?


In conclusione, l’importanza di creare uno spazio all’interno del contesto scolastico in cui l’educazione sessuale sia inclusiva delle varie sfumature della sessualità, nasce dalla necessità di portare alla luce
l’importanza rivestita dalla scuola nel contribuire alla crescita personale dei ragazzɜ anche rispetto al
riconoscimento e alla gestione delle proprie emozioni, nonché alla costruzione della propria identità, e non lasciarli soli ad imparare alcune delle lezioni più importanti della loro vita.
Per far ciò, diventa utile creare una collaborazione che coinvolga le principali figure in gioco nell’educazione sessuale:

Gli Studentɜ, che dovrebbero essere parte attiva nell’organizzazione dei contenuti riguardanti l’educazione sessuale e l’educazione all’affettività, facendo emergere le loro esigenze e necessità,
proponendo materiali, attività e tutto ciò che per loro è utile.

I Docentɜ, che potrebbero ampliare le proprie conoscenze in merito agli aspetti non convenzionali della sessualità, così da essere al passo con la realtà in cui i ragazzi sono immersi e poter offrire loro un supporto adeguato nel momento in cui chiedano un consiglio o un aiuto.

Gli Espertɜ, che potrebbero anch’essi formarsi ed essere preparati sulle varie sfumature che circonda la sessualità, confrontandosi insieme ai docentɜ e agli studentɜ sugli obiettivi che i progetti di educazione sessuale ed educazione all’affettività perseguono, mettendo in campo i punti critici su cui bisogna lavorare e costruendo insieme l’intervento, tenendo conto di tutti i punti di vista.

I Genitorɜ, che svolgono un ruolo fondamentale nel percorso di crescita dei propri figli e sarebbe auspicabile che fossero i primi a liberarsi dei tabù culturali nel rapportarsi con loro sul tema della sessualità, formandosi e mostrandosi pronti ad accogliere tutte le varie forme che questa può avere. È solo iniziando a parlarne che si avrà modo di instaurare un dialogo aperto e costruttivo, piuttosto che delegare quel “discorsetto” al web o ad altre figure.

Un’educazione sessuale inclusiva è fondamentale per creare uno spazio sicuro in cui i ragazzɜ possano fare domande, ricevere informazioni e parlare apertamente di sessualità e del proprio corpo, e l’aiuto di insegnant3 e professionist3 può fare la differenza.

Alessia Gelo

Alessia Gelo

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